«Pronto a nuove donazioni al Comune»
Il patron Luciano Fantuzzi: «Sogno che in quell’area possano nascere nuovi posti di lavoro»
REGGIO EMILIA. «Sa quanti miei dipendenti mi chiamavamo per nome? Per me valeva tanto un manovale quanto un dirigente. Lo chieda ai sindacati chi era Luciano Fantuzzi. Quello che è partito nel 1969 con un solo operaio e un apprendista e che ha portate le gru della Fantuzzi-Reggiane in giro per il mondo».
L’ex patron delle Reggiane rivendica la sua storia di self made man e di aver rinunciato a una barcata di soldi per mantenere l’identità dell’azienda che nel 1994 acquistò dall’Efim grazie all’intervento dell’allora sindaco Antonella Spaggiari. «Una trattativa chiusa in 15 giorni», ricorda Fantuzzi, con il commissario liquidatore professor Predieri. Ma quello è il passato, come la decisione maturata nel 2007 e arrivata a conclusione nel 2008, con l’accordo sottoscritto con la multinazionale americana Terex di cedere l’azienda leader nel mondo per la costruzione di gru e macchine operanti nei porti. Una decisione inevitabile sostiene ancora oggi . «Dopo aver riscontrato che mio genero, che nel 1998 era diventato ad della Fantuzzi-Reggiane, non era in grado di gestire un gruppo di queste dimensioni, e tanto meno mia figlia, che era presente in ufficio in maniera occasionale, non potevo fare altro».
Quello che brucia a Luciano Fantuzzi è il non veder riconosciuto quanto ha fatto per la città. E se liquida la polemica innestata dalla consigliera comunale di Leu, Roberta Pavarini, che ha sostenuto che “Fantuzzi non è un filantropo”, con un «vorrei che si rendesse conto di chi sono e quello che ho fatto a Reggio e in giro per il mondo», dall’altro rivendica una coerenza nelle sue scelte. Pagate anche sul piano affettivo, con una rottura definitiva del rapporto con il genero e con la figlia. «Sono anni che non parlo con loro e che non vedo i miei due nipoti», dice con rammarico. “Con le Reggiane – ripete Luciano Fantuzzi – ho perso dei soldi pur di vendere il mio gruppo unito. I miei avvocati mi garantivano che se avessi fatto causa alla Terex, la multinazionale Usa con la quale solo nel 2009, dopo un anno di trattative dalla firma del contratto, abbiamo raggiunto la conclusione amara di passare la mano, avrei intascato milioni. Non m’interessavano i soldi, ma tenere viva l’azienda, consegnarla in piena attività».
L’ex patron che oggi vive tra Reggio e Cortina, rilancia la sua disponibilità a cedere gratuitamente al Comune anche un altro pezzo delle ex Reggiane dopo aver ceduto 40mila metri quadrati di area coperta da cinque capannoni. «Il Comune per le mie proprietà non deve pagare nulla. Io non debbo niente alle banche. Sono soldi che le banche hanno dato agli americani della Terex. Parliamo di 70 milioni di euro che io avrei restituito se avessi potuto vendere le aree a un valore adeguato, ma oggi quelle aree sono invendibili. La conferma di ciò che dico è che le banche non possono farmi fallire, altrimenti l’avrebbero già fatto. Respingo tutte le accuse. Non entro nella polemica spicciola con chi mi accusa di non essere un filantropo. Evidentemente non conosce la storia vera. Ho firmato personalmente tutti gli atti per la cessione gratuita dei capannoni davanti al notaio reggiano Guarenti e confermo la mia disponibilità a continuare a farlo. Se a Reggio c’è stato un filantropo quello sono io. Nessun altro ha donato alla città quanto il sottoscritto». Poi Fantuzzi chiude con il suo più grande rammarico: «Mi dispiace per i miei dipendenti che ancora oggi mi inviano messaggi di saluto. Volevo lasciare loro la possibilità di andare in pensione alle Fantuzzi-Reggiane e di poter dare un lavoro anche ai loro figli. Mi resta il sogno che dalla mia donazione possano nascere nuovi posti di lavoro».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
