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Reggio Emilia, dopo mezzo secolo chiude la lavanderia Croce Bianca

di Luciano Salsi
Reggio Emilia, dopo mezzo secolo chiude la lavanderia Croce Bianca

Anna Maria Montanari chiude l’attività in via dei Due Gobbi, dove trovò l’amore: «Avevo 15 anni quando Corrado entrò: un colpo di fulmine»

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REGGIO EMILIA. Più di mezzo secolo nello stesso negozio, sempre in piedi a lavare e stirare per dieci ore al giorno, ma con la soddisfazione della gratitudine e della compagnia di tanti clienti con cui chiacchierare e scambiare confidenze.

E' il record di Anna Maria Montanari, che entro la fine del mese chiuderà la lavanderia Croce Bianca in cui ha lavorato duramente dal 1964, facendo tutto da sola con solerzia e accuratezza. L'esercizio, malgrado il nome, si trova nell'attigua via Due Gobbi, nel cuore dell'esagono dietro al Municipio. La titolare è una signora bionda simpatica e comunicativa, che non dimostra i suoi 67 anni.

«Ne avevo 14 – riferisce trattenendo a stento le lacrime – quando vi entrai come dipendente. Nel 1970 ho rilevato l'attività. Ora la lascio con amarezza. Qui ho trascorso la mia vita, ho visto tanta gente, avevo sempre da fare. A casa, invece, mi perdo».

È il problema dei veri artigiani, che amano il mestiere al punto da identificarvisi. Anche per loro arriva il momento della pensione, vissuta spesso non come la meta agognata dalla maggior parte dei lavoratori, ma come un vuoto che neppure il sovrappiù di tempo da trascorrere con i propri cari riesce a colmare. Questa lavanderia, poi, è quasi un nido d'amore.

Ad Anna Maria Montanari brillano gli occhi nel rievocare il fatale incontro che vi fece, un vero colpo di fulmine: «Qui – ricorda – ho trovato mio marito. Avevo 15 anni, lui 17. Venne in negozio ad acquistare una bottiglietta di trielina che gli serviva per smacchiare un tappeto. Facemmo conoscenza e io mi innamorai subito. A lui piaceva un'altra ragazza più grande. Impiegai sei mesi, da marzo a settembre, a conquistarlo».

Quella tenzone amorosa la sintetizza con una battuta in dialetto: «I ho spetè, i ho mia molè». Cioè: «Ho aspettato, non ho mollato». Così Corrado Ferrari, di professione meccanico, è diventato l'uomo della sua vita.

È altrettanto dolce, però, il ricordo del padre: «Mio papà – dice – non mi vedeva come operaia. Mi avevano chiamata a lavorare nel maglificio Sima di Puianello. Lui, però, mi dissuase. Capì che ero più adatta ad imparare un mestiere come quello che ho esercitato. Aveva visto lontano». In effetti negli anni Sessanta le macchine incominciavano a liberare le donne dalla dura fatica del fare il bucato (la “bughèda”) a mano, magari nelle acque del Crostolo, come avveniva ancora all'inizio del secolo.

Le lavanderie erano il futuro. Le addette, però, dovevano sempre usare le braccia per muovere il ferro da stiro. «Mia madre – dice la figlia Romina – è molto brava ed esperta. Ha insegnato anche a me a stirare, mentre studiavo per diventare avvocato».

Ora il negozio sta per essere chiuso in attesa che il proprietario trovi un altro inquilino. La titolare starà con il marito nella sua casa di Rivalta, con la figlia e il nipote dodicenne Nicolò che abitano poco lontano. «Mia madre – sottolinea Romina Ferrari – ci tiene a ringraziare tutti i suoi clienti, che sono stati carinissimi e gentilissimi con lei. Negli anni ha servito generazioni di persone residenti nel centro, una clientela perbene e affidabile».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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