Noi, prigionieri del set... neanche ci fosse Banderas
Ecco come infilare contromano un retropalco per non rovinare le riprese. Intanto al parco del Popolo qualcuno stira a tutto spiano i costumi anni ’50
REGGIO EMILIA. Il vestibolo e l’atrio del Teatro Valli sono bellissimi anche trasformati negli uffici di una banca degli anni Cinquanta. Mercoledì alcuni tecnici li hanno svuotati del poco e funzionale mobilio che sorregge in genere programmi e libretti. E per qualche ora tutto è rimasto vuoto.
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Poi hanno cominciato a montare le scene, le scrivanie, tanti tavolini, scaffali e cassettiere e lampade verdi, quelle che si vedono in tutti, ma proprio tutti i film. Poi appaiono loro, bellissime: macchine per scrivere che ci riportano indietro, a quando dovevamo cambiare il nastro e ci riempivamo di inchiostro nero e rosso fino alle orecchie.
Tutta le scena è perfetta, piena zeppa di dettagli: i timbri, le spugnette per i francobolli, i posacenere di vetro spesso, i portadocumenti in cuoio. Passiamo e ripassiamo da quegli atrii, d'altra parte servono a quello. Viene anche voglia di farsi un selfie sullo scranno maggiore, una dozzina di noi – lavoratori del teatro finiti per un giorno a fare finta di non esserci in un set cinematografico – cede alla tentazione. Qualcuno azzarda riflessioni profonde. Il teatro, cui siamo abituati, lavora per sottrazione, il cinema per aggiunte. Filosofia da corridoio.
Nei giorni scorsi, siamo stati informati che avremmo dovuto subire qualche disagio, poco male paragonato al disagio che avranno loro quando gli interromperemo tutti i “ciac” per fendere la scena e raggiungere la toilette. Questo è un pensiero che, in effetti, ci accompagna da giorni: come evitarlo?
I più a rischio siamo noi della Comunicazione: abitiamo gli uffici a metà scalone che conduce al Ridotto, che è una inquadratura bellissima e infatti la usano tutti quelli che vengono a girare al Teatro Valli. Abbiamo, negli anni, rischiato di fare miseramente naufragare shooting di moda, spot pubblicitari, video musicali, semplicemente spalancando l’uscio per andare alla stampante, che è di là dal ballatoio. Ricordarsi di muoversi con circospezione, dunque.
Per raggiungere stoicamente la nostra scrivania dobbiamo superare alcuni sbarramenti, ma roba da poco. C'è una certa frizzante agitazione nell'aria: non che non siamo abituati ai personaggi famosi, di qui passano tutti, prima o poi, ma stavolta, signore e signori, qui abbiamo la decima Musa…
Siccome l'altro ieri ci han detto che qui ci sarà solo Antonio Banderas e di metter giù le voglie per Alec Baldwin, ci mettiamo in attesa messianica. Ecco che le avanguardie ci comunicano che è arrivato…Va beh, ma questo qua ha 20 anni, sarà il figlio di Banderas… Costernazione, smarrimento. È successo che, in realtà, qui gira un Banderas da ragazzo, nei panni di un Lamborghini da ragazzo, che deve andare a chiedere un prestito in banca. Quindi Banderas non è Banderas ma un altrettanto notevole Romano Reggiani.
Niente, siamo il teatro dove è passato il giovane Pavarotti, il giovane Abbado, il giovane Pollini, vada per il giovane Banderas. Potrebbe andare peggio, in effetti. Potrebbe piovere. Infatti piove acqua sparata da un autobotte. Gli sceneggiatori devono avere deciso che Lamborghini va a chiedere un prestito in banca mentre piove.
Tutta la mattinata trascorre con le riprese in esterna, ma intanto, dentro, ci montano un faro che sembra di essere sul ghiacciaio della Marmolada in una bella giornata. Sotto di noi, siamo sul lato est del teatro, una voce grida “motoreeeeee” e via che partono a girare la scena: il giovane Banderas, con una busta gialla in mano, che cammina da sinistra a destra sotto al portico, una comparsa che passa frettolosamente da destra a sinistra, seguita da una coppia a braccetto. Rombano i motori di due auto Lancia. “Alt”, si rifà, qualcosa è andato storto. Speriamo che non sia a causa delle nostre teste, che si sporgono troppo dalla finestra.
Produzione, troupe, comparse, hanno il proprio quartiere generale sul retro: la sartoria occupa un camion intero e c'è un signore con un ferro e un’asse, che stira costumi a tutto spiano in mezzo ai Giardini pubblici. All'ora di pranzo, una cinquantina di comparse, perfettamente vestite e truccate come nel 1948, mangia en plein air, grazie al catering self service: sullo sfondo le altalene del parco giochi, il trenino dei bambini fortunatamente è fermo. Escono anche gli studenti delle vicine scuole superiori, separati da questa scena solo da decine di metri di nastro bianco e rosso, legato agli alberi secolari del Parco del Popolo.
Si riprende con i ciak all'interno del Teatro Valli. Stavolta, raggiungere l'ufficio comporta difficoltà maggiori, tanto che ci infiliamo nel primo pertugio aperto, vaghiamo una decina di minuti tra scale e scalette, infiliamo contromano un retropalco e di sala in sala e senza nemmeno noi capire bene come, raggiungiamo la scrivania.
«Vi avvisiamo quando potete uscire», ci dicono i nostri colleghi che regolano il traffico. «Per le emergenze?», ecco di nuovo il retropensiero che s'avanza. «Fatela adesso», rispondono. Qualcuno la prende male e va a casa, prima di trasformare Lamborghini in un western. “Ciak”, “Azione”: chissà cosa resterà di questa lunga giornata nel film?
Ad ogni modo il film finisce bene. Noi siamo poi riusciti a uscire.
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