«Ci dissero che stava bene Dopo 5 ore morì, a 2 anni»
San Martino, in aula lo straziante racconto e i singhiozzi del papà di Carlo Russo Il bimbo ingerì detersivo al bar. I nonni urlano in tribunale, il giudice li allontana
SAN MARTINO IN RIO. «L’infermiera ci disse: il piccolo Carlo sta meglio. Tranquilli, 48 ore di osservazione e potete portarlo a casa. Però non specificò che ce lo avrebbero ridato in una bara bianca». È stato un racconto straziante, spesso interrotto dai singhiozzi, quello di Antonio Russo, il papà di Carlo, 2 anni, che il 25 agosto 2015 bevve del detersivo nel bar dei genitori (il Black&White di via dell’Artigianato a San Martino in Rio) per poi morire tre giorni dopo in ospedale, in circostanze da chiarire. Un racconto di un’ora e mezza, quello del padre (che ora gestisce un bar a Salerno), con una pausa forzata perché l’uomo era talmente scosso da mettersi in un angolo della stanza riservata agli arrestati a piangere a dirotto contro il muro.
Per questa terribile vicenda, che ha segnato i genitori, il 27 aprile 2017 sono stati rinviati a giudizio la madre Giusy (all’anagrafe Maria) Cataldo, nella duplice veste di imputata per l’omessa custodia e concorso in omicidio colposo (come imputata è difesa dall’avvocato Alessandro Conti, come parte civile dall’avvocato Alessandra Carrara) e quattro medici della Rianimazione del Santa Maria Nuova, Manuela Salsi, Roberto Martini, Rossana Buono e Claudia Barbieri, che dovranno rispondere di omicidio colposo (difesi dagli avvocati Franco Mazza e Roberto Bassi). Si sono costituiti parte civile anche la nonna materna Filippa Cataldo e lo zio Gianluca Salvatore Cataldo (avvocato Nicola Gualdi) e il nonno Giuseppe Cataldo (avvocato Nicola Tria).
L’udienza di ieri non è stata scevra da momenti di tensione. Infatti, dopo la deposizione di una pediatra del pronto soccorso – la prima che vide il piccolo e che, dopo aver consultato il Centro Antiveleni di Pavia assieme a un otorino e ad un anestesista, dispose il ricovero in Rianimazione – i nonni materni hanno dato in escandescenze. «Assassina», hanno urlato rivolti alla dottoressa. «Adesso fanno lo scaricabarile», «me l’hanno ammazzato», hanno gridato in corridoio, dopo che il giudice Sarah Iusto li ha allontanati dall’aula.
Papà Antonio Russo ha ricordato quel 25 agosto: lui e la compagna Giusy erano tornati dalle vacanze, avevano ricominciato da tre giorni a fare l’orario pieno al bar, dalle 7 alle 20, lasciando Carlo con la nonna, che quel giorno lo portò alle 19 anziché alle 20 perché «al parco non c’era nessuno». Il bar stava chiudendo: c’erano solo tre clienti, seduti nella distesa estiva. Antonio li stava servendo quando sentì gridare il suo nome. «Corsi dentro, Giusy mi disse “Carlo, Carlo ha bevuto il detersivo”». Un sorso del brillantante, che i baristi mettevano a mano con un bicchiere di plastica perché la lavatazzine funzionava male. Poi la corsa in ospedale, Carlo in braccio alla mamma, papà e nonna dietro.
E qui iniziano le drammatiche montagne russe, per i genitori. Carlo viene sedato per eseguire una gastroscopia. «Lesioni meno gravi del previsto: solo piccole scottature di secondo grado, che però nei prossimi giorni potrebbero peggiorare». Carlo viene intubato, le manine legate sui fianchi, attaccato a un monitor e ad un tubo con liquido bianco. «L’anestesia: gliene davano di continuo, anche con una siringa». È il contestato Propofol, farmaco sedativo sconsigliato in età pediatrica, che secondo l’accusa (i pm Giacomo Forte e Giulia Stignani) sarebbe stato usato in modo massiccio.
«Ogni tanto entra un dottore: tranquilli, procede bene». Il papà resta al bar, la mamma non lascia mai il piccolo, gli altri due figli da amici a Reggio. Fino al 27 agosto, quando il bimbo viene svegliato. «Carlo è molto agitato, si lamenta (non parla ancora) – prosegue il papà –. Ma per me solo vederlo con gli occhi aperti è un buon segno. Gli porto un trenino. L’infermiera dice che presto sarà dimesso». Cinque ore dopo, la doccia fredda. «La dottoressa dice che il bimbo ha una aritmia maligna dovuta a cause naturali: respira a fatica. Lo intubano di nuovo e gli fanno la Tac. Ci dicono “prepariamoci al peggio”, 5 ore dopo averlo definito fuori pericolo. Per noi è il panico. La dottoressa ricompare affermando che a causa dell’aria condizionata Carlo ha preso la polmonite. Ci invita ad andare a casa, convinco Giusy che non vuole lasciarlo». I genitori arrivano nell’abitazione di via Adua, si fanno una doccia, vanno a letto alle 4. «Alle 6 la telefonata dall’ospedale: fate presto, correte». Al loro arrivo, i genitori vedono il tentativo (vano) di rianimare il piccolo per 40 minuti. «Non so cosa sia successo, sono un barista. So che ho affidato mio figlio a dei professionisti, mi sono fidato. Ora voglio giustizia». Prossima udienza il 10 maggio.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
