Dopo il successo del biologico arriva la viticoltura resistente
REGGIO EMILIA. Una delle più importanti novità che farà parlare di sè all’imminente Vinitaly 2018 sarà la resistenza delle viticoltura. Si tratta di progetti di lungo periodo ma che al momento...
REGGIO EMILIA. Una delle più importanti novità che farà parlare di sè all’imminente Vinitaly 2018 sarà la resistenza delle viticoltura. Si tratta di progetti di lungo periodo ma che al momento sembrano praticabili tanto che nei prossimi giorni di assaggiare vini ottenuti da piante di viti resistenti alle malattie e che pertanto nella loro coltivazione non necessitano di trattamenti chimici. Il tutto è possibile grazie ad un lungo lavoro di selezione al quale si sono avvicinati anche la cantina di San Martino in Rio ed il gruppo Riunite & Civ che, assieme a Cevico, finanzia un innovativo progetto per la costituzione di nuove varietà resistenti emiliano-romagnole.
Il programma di lavoro vanta la consulenza scientifica del Centro Ricerche Produzioni Vegetali (Crpv), l’ente che fra l’altro rappresenta l’85% dei produttori vitivinicoli emiliano-romagnoli, e la fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (Fem).
Si tratta di un progetto ambizioso ma di estrema attualità e importanza che porterà i primi frutti fra molti anni, i primi vigneti con Lambruschi e Ancellotta resistenti alle principali malattie della vite potrebbero essere realizzati solo dopo il 2025, ma non può essere rimandato altrimenti per non perdere tempo prezioso. I tempi lunghi sono indispensabili perché questo progetto di miglioramento genetico non ha nulla a che fare con le manipolazioni o gli Ogm ma utilizza le classiche metodologie semplicemente supportate dalle più moderne tecnologie analitiche di individuazione del Dna. Le varietà resistenti per i produttori porteranno ad un 20-25% del contenimento dei costi di produzione ma soprattutto maggiore salubrità del prodotto ed un grande vantaggio dal punto di vista ambientale per il pressoché totale azzeramento dei trattamenti.
Al tempo stesso la ricerca, dovendo necessariamente occuparsi anche della qualità delle produzioni, non mancherà di valorizzare i risultati più soddisfacenti anche dal punto di vista enologico per salvaguardare la tipicità dei vini locali da un lato esaltando, dove possibile, l’eccellenza qualitativa. Quello che deve essere chiaro fin d’ora per i consumatori è che il miglioramento genetico a favore di varietà resistenti non andrà assolutamente a sconvolgere la qualità delle nostre uve e dei nostri vini se non migliorandoli.
Nel corso di una recente serata di presentazione del progetto che si è svolta alla Cantina sociale di San Martino in Rio è emerso che la previsione di successo per la cosiddetta “viticoltura resistente” dovrà essere come minimo analogo, se non superiore, a quello che ha conosciuto il biologico in questi anni e che oggi rappresenta già il 12,5% della superficie viticola nazionale.(c.co)
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