«La società nega un futuro ai giovani»
Umberto Galimberti venerdì (ore 16) sarà al Valli ospite del convegno “Unosuquattro” dedicato al consumo di droghe
REGGIO EMILIA. Venerdì 20 aprile, al Teatro Valli, si terrà il convegno “Unosuquattro”: un'intera giornata dedicata al consumo di droghe tra i giovani. Secondo i dati relativi a Reggio Emilia e provincia, un ragazzo su quattro, tra i 15 e i 19 anni, ha provato almeno una volta la cannabis. L'evento è organizzato dal Cps, cooperativa sociale che si occupa di prevenzione del disagio e promozione del benessere attraverso progetti educativi sul territorio e nelle scuole, offrendo sostegno ad adolescenti e famiglie. Gli incontri, a partire dalle 8.30, vedranno la partecipazione di Elisabetta Gualmini, vicepresidente della Regione Emilia Romagna, Giammaria Manghi, presidente della provincia di Reggio Emilia, Matteo Sassi, vicesindaco del comune di Reggio e della senatrice Vanna Iori. Tra i docenti, Emanuela Spaggiari e Nicola Barbieri, Fabio Gianotti, educatore e pedagogista, e Gilberto Gerra, responsabile prevenzione droga e salute dell’ufficio antidroga e crimine dell’Onu. Ospite speciale Umberto Galimberti, filosofo, sociologo, psicoanalista e docente universitario, che terrà un incontro alle 16.
Professore, da cosa deriva il disagio dei giovani di oggi?
«La loro sofferenza non è quella psicologica, che abbiamo provato più o meno tutti, durante l’adolescenza. Il loro dolore è un dolore culturale, perché la nostra società gli ha sottratto il futuro. Per questo vivono nell’assoluto presente, assentandosi dal mondo diurno. Infatti vivono di notte e si danno all’alcool, alla droga. Ma non è una ricerca del piacere, bensì di un’anestesia».
Perché la società gli ha sottratto il futuro?
«Perché nessuno li chiama per nome. E questo è il loro modo di reagire all’insignificanza sociale. Sono visti come un problema invece che come una risorsa. Eppure, i ragazzi dai 15 ai 30 anni hanno il massimo della potenza biologica e sessuale, che però non viene sfruttata, perché è impossibile farsi una famiglia prima dei 35. E sono anche al massimo della loro capacità intellettuale: Mozart ha scritto le sue musiche più belle da giovane, Zuckerberg ha inventato Facebook a 20 anni… e noi gli diamo i lavori a progetto e gli facciamo fare le fotocopie. Tutto questo è nichilismo».
Che cos’è il nichilismo?
«È la mancanza di scopo. Manca un perché dell’esistenza: non a caso, in Italia si suicidano 400 studenti all’anno. È il frutto di una situazione iniziata, lentamente, tra gli anni ‘80 e ‘90, ed è esplosa con il nuovo millennio. Ci dicono di consumare in continuazione, i nostri dispositivi sono programmati per invecchiare prematuramente. La pubblicità ci fa interiorizzare bisogni creati ad arte. La moda ci costringe a buttar via le cose vecchie. Poi ci si mettono anche la scuola e la famiglia».
Che ruolo hanno la scuola e la famiglia?
«I professori sono incapaci di motivare i ragazzi. I genitori non parlano con i figli e si stupiscono quando, a loro volta, i figli non si aprono con loro. Kant diceva che ognuno sente da sé la differenza tra il bene e il male, e non a caso usa proprio il verbo “sentire”. Adesso non è più così: i ragazzi di oggi hanno pochissima risonanza emotiva».
Bisogna educare ai sentimenti?
«Precisamente: i sentimenti si imparano. Mentre le pulsioni sono presenti per natura e le emozioni, a un livello superiore, si collocano tra natura e cultura, i sentimenti sono pienamente culturali. Gli antichi li tramandavano attraverso i miti, le nostre nonne raccontando storie… Noi abbiamo la letteratura. Dobbiamo riempire le scuole di letteratura, educare a livello emotivo e sentimentale».
Che altri consigli può dare ai giovani?
«Nel mio ultimo libro, “La parola ai giovani”, raccolgo le testimonianze di 72 ragazzi che chiamo “nichilisti attivi”. Innanzitutto, perché sono consapevoli della condizione di nichilismo, e nonostante questo non si rassegnano. Poi hanno imparato a mettere i sogni di fronte ai dati di realtà. Infine, sono autoironici. E l’autoironia è fondamentale, perché è il vero antidoto alla disperazione».
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