Morto a 91 anni l’uomo del “Chi sa parli”
Nel 1990 Montanari sollevò la coltre di silenzio sull’uccisione di don Umberto Pessina, avvenuta 44 anni prima
REGGIO EMILIA. Otello Montanari, colonna portante e poi voce critica del vecchio Pci reggiano, s'è spento alle 23,45 di lunedì all'età di 91 anni nella sua abitazione di piazza Fontanesi. Si era guadagnato una fama nazionale, ma anche l'ostilità di tanti compagni, con quel coraggioso “Chi sa parli” che aveva scoperchiato il velo di silenzio sui delitti commessi nel dopoguerra da ex-partigiani comunisti. Ma per noi era anche lo strenuo difensore del blasone di cui siamo fieri nella battaglia ingaggiata con Bettino Craxi per il definitivo riconoscimento di Reggio come Città del Tricolore.
Era nato a Reggio il 10 maggio 1926. Si iscrisse al Partito comunista nel 1941, quando aveva appena 15 anni. Allora frequentava in città l'istituto di ragioneria, dove aveva come insegnante di lettere Nilde Iotti, futura compagna di Palmiro Togliatti e presidente della Camera. Partecipò alla guerra di Liberazione nel distaccamento dei Gap (gruppi di azione patriottica) operante nella zona di San Maurizio. Una ferita subita il primo gennaio 1945 lo costrinse a rimanere immobile fino alla fine del 1946 e lo rese claudicante per il resto della vita. Nel dopoguerra salì presto ai massimi gradi della federazione reggiana del Pci. Fra il 1949 e il 1951 fu segretario della Federazione mondiale della Gioventù democratica, di cui era presidente Enrico Berlinguer. Nel 1955 accompagnò Alcide Cervi, il padre dei sette fratelli fucilati dai nazisti, in un lungo viaggio attraverso l'Unione Sovietica. Il Pci reggiano era retto in quegli anni dal segretario Onder Boni, seguace di Pietro Secchia e duro stalinista, il quale cercò di ostacolare la candidatura alla Camera dei deputati di Nilde Iotti. Questa, però, fu eletta nella terza legislatura insieme a Otello Montanari, che ne fece parte dal 1958 al 1963 e in veste di parlamentare nell'aprile del 1960 partecipò alle proteste e agli scontri di piazza contro il governo Tambroni.
In seguito Montanari divenne responsabile della Commissione di controllo della federazione reggiana e come tale aveva il compito di sovrintendere alla sicurezza e alla disciplina dei militanti. Spettò a lui, nel clima acceso della contestazione del 1968, richiamare all'ordine i giovani comunisti della Fgci guidati da Alberto Franceschini impegnati nelle lotte operaie dell'autunno caldo a fianco dei gruppi della sinistra extraparlamentare. Il dissidio si concluse con la loro espulsione dal partito quando essi diedero vita nel 1969 al “gruppo dell'appartamento”, dal quale sarebbe scaturito l'anno dopo il nucleo storico delle Brigate Rosse. Negli anni Ottanta Montanari fondò il comitato Primo Tricolore e fu protagonista della diatriba con Bettino Craxi, milanese di adozione, il quale sosteneva la primogenitura di Milano nell'adozione del vessillo della patria. A lui si deve la fondazione del Museo del Tricolore con la raccolta di molti documenti e cimeli che ne fanno parte.
Risale al 29 agosto 1990, quando era presidente dell'Istituto Cervi e dirigente dell'Anpi, la vicenda che gli diede la massima notorietà, la pubblicazione su un giornale locale dell'articolo “Rigore sugli atti di Eros e Nizzoli”, ribattezzato “Chi sa parli”, nel quale invitava i compagni a fare luce sui delitti compiuti nel dopoguerra. Si riferiva esplicitamente all'assassinio dell'ingegnere Arnaldo Vischi, direttore tecnico delle Officine Meccaniche Reggiane, ma la sua denuncia fu subito allargata all'uccisione di don Umberto Pessina, per la quale era stato condannato ingiustamente Germano Nicolini. Ne seguì una polemica molto accesa. Mentre la destra cercava di cavalcarla approfittando del clamore mediatico, non furono poche le voci che si levarono, a Reggio e ai vertici del Pci nazionale, a difesa e giustificazione delle azioni compiute nell'immediato dopoguerra.
Luciano Lama arrivò a dichiarare che il desiderio di vendetta per le atrocità commesse dai nazifascisti non era da considerare un crimine. Montanari venne espulso dall'Istituto Cervi e dal comitato provinciale dell’Anpi e fu aspramente contestato ed emarginato all'interno del partito comunista. Benchè fosse stato difeso da Maria Cervi, appartenente alla famiglia martire della Resistenza, e da dirigenti del calibro di Nilde Iotti, Antonello Trombadori e Piero Fassino. All'istituto Cervi, però, fu riammesso l'anno dopo e la sua figura e il suo operato non tardarono ad essere rivalutati.
La sortita di Montanari ebbe, in ogni caso, il merito di aprire la strada alla completa riabilitazione di Nicolini grazie alla riapertura del caso e al riconoscimento della sua innocenza da parte della magistratura.
Otello Montanari lascia la moglie Maria Rosa Tincani, la figlia Laura, dirigente dei servizi ambientali del Comune, nonchè i familiari della moglie, il figlio Fabrizio Mangarin, il nipote Alesandro e la nuora Manuela.
La salma è esposta da ieri pomeriggio nel Museo del Tricolore, dove oggi pomeriggio si svolgerà la cerimonia funebre in forma civile. Alle 14 il defunto sarà commemorato da Giglio Mazzi, suo compagno d’'armi nella guerra di Liberazione, e da Ermete Fiaccadori, presidente provinciale dell'Anpi. Quindi il feretro verrà condotto al cimitero di San Maurizio.
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