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Nuovo arresto per il boss Nicolino Grande Aracri

Nuovo arresto per il boss Nicolino Grande Aracri

L’ordinanza di custodia cautelare scatta anche per il muratore Antonio Rocca Il provvedimento ha evitato il rischio di scarcerazione per scadenza termini

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REGGIO EMILIA. «Per anni hanno scalato il mercato immobiliare con gli strumenti dell’estorsione, della minaccia, dell’incendio doloso, della corruzione. E hanno «promosso, costituito e diretto un sodalizio criminale armato di stampo ’ndranghetistico». Due i pilastri dell’organizzazione criminale, secondo i giudici: il boss del clan che porta il suo nome, Nicolino Grande Aracri, 59 anni, calabrese di Cutro e Antonio Rocca, 47 anni, anche lui cutrese, muratore trapiantato a Pietole, alle porte di Mantova. Questa, in estrema sintesi, la linea definita dalla sentenza pronunciata lo scorso 21 settembre dal tribunale di Mantova al termine del processo Pesci, che ha portato alla luce le infiltrazioni mafiose nel territorio mantovano.

Ora per Nicolino Grande Aracri, condannato a 28 anni di reclusione e Antonio Rocca, a 26 anni e dieci mesi, è scattata una nuova ordinanza di misura cautelare. Il provvedimento è stato eseguito lunedì dai carabinieri del nucleo investigativo che lo hanno notificato agli interessati, entrambi già detenuti (Grande Aracri è nel carcere di Opera, Rocca è invece a Voghera).

Perché un’ordinanza di custodia cautelare per due condannati in primo grado, già detenuti? Si tratta di un passaggio, per così dire, tecnico ma non per questo inutile. Anzi. Il problema è che la custodia cautelare in carcere ha un limite, anche per chi si è macchiato di delitti gravi. Quante volte si è letto sui giornali di boss mafiosi, rei di omicidi e altro, scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare, a seguito di ritardi imprevisti nell’iter giudiziario?

Ebbene, non capiterà ad Antonio Rocca e al capo del clan a cui appartiene, per i quali i termini della custodia in carcere – vista la pesante condanna – sono abbastanza dilatati ma non tanto da garantire le esigenze cautelari ritenute necessarie dai giudici in riferimento alla loro pericolosità sociale: il limite fissato dal codice di procedura penale è di un anno e sei mesi.

L’ordinanza è stata firmata nella stessa giornata di lunedì dal giudice Francesca Grassani, uno dei tre componenti del collegio che ha pronunciato la sentenza Pesci. A chiedere l’applicazione del provvedimento è stata a febbraio la procura distrettuale antimafia di Brescia «con riferimento – spiega una nota del comando provinciale dei carabinieri – al persistere di elementi, anche sopravvenuti nel prosieguo investigativo (...) del pericolo di reiterazione dei reati di cui all’art. 416 bis cp (l’associazione di tipo mafioso, ndr) e reati strumentali, per i quali, all’esito dell’istruttoria dibattimentale del processo Pesci hanno riportato la condanna».

Dalla nota s’intende che le indagini dei carabinieri di Mantova sul clan Grande Aracri, e sugli interessi economici perseguiti nei territori di Mantova e Cremona, non sono finite con il processo ma sono continuate. E hanno confermato la pericolosità sociale dei due condannati. Così come il pericolo che, una volta fuori dal carcere, continuino la loro attività diretta a favorire il clan.

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