Gazzetta di Reggio

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Da imputata a testimone al processo per estorsione

di Ambra Prati
Da imputata a testimone al processo per estorsione

Negoziante rivive in aula l’episodio che portò alla morte di Massimo Simonetti Nel 2014 dovette difendersi dalla vittima e da un 78enne ora finito alla sbarra

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REGGIO EMILIA. «Simonetti mi ha rincorsa e afferrata per i capelli. L’altro guardava, rideva e diceva: picchiala, picchiala bene». È questo uno dei momenti salienti della testimonianza di Noel Melly Okulu, keniota di 56 anni che, dismessi i panni di imputata per omicidio preterintenzionale, ieri è comparsa in tribunale in quanto parte civile (difesa dall’avvocato Vainer Burani) del reato di estorsione. La vicenda è sempre la medesima: la morte, a seguito di un diverbio e di un’aggressione, del 43enne Massimo Simonetti, che il 5 dicembre 2014 si presentò insieme a Montanari nel negozio di ortofrutta gestito dalla donna e dal marito in via Cugini. I due pretendevano soldi: deceduto Simonetti, Sandro Montanari, reggiano di 78 anni, è rimasto l’unico imputato per estorsione. A sfilare, ieri all’avvio del processo davanti al collegio giudicante (il presidente è Simone Medioli Devoto, a latere Sarah Iusto e Stefano Catellani), sono stati i testimoni della difesa. Prima il marito della negoziante, Giuseppe Cersosimo, 72enne di origini calabresi, che ha spiegato come lui quel giorno non si trovasse sul posto. «Ho ricevuto una telefonata da mia moglie, che mi diceva di andare subito al negozio, qualcuno le aveva messo le mani addosso. Quando sono arrivato, c’erano già ambulanza, polizia e Simonetti accasciato in auto».

Il marito ha affermato di conoscere Montanari da una decina d’anni, perché si riforniva di frutta e verdura da lui, ma ha negato di avere debiti: «Per l’ultima merce rimanevano da pagare 400-500 euro, ma avevo saldato a rate entro giugno, mesi prima dell’aggressione».

Tuttavia, ha dichiarato Cersosimo, Montanari, in difficoltà economiche, si era già presentato in precedenza a casa sua pretendendo denaro. Il racconto della moglie Noel è stato meno preciso sul punto nodale del debito. «Sapevo che mio marito forse gli doveva 400 euro, ma non ricordo».

La donna ha rivissuto le fasi drammatiche di quel giorno: lei sola in negozio, Montanari che presentava Simonetti come suo figlio (falso). «Simonetti toccava le arance, mentre Montanari parlava del più e del meno. Fino alla richiesta: “Come facciamo con questi soldi? Devi pagare”. Simonetti puzzava di alcol, gli ho chiesto di andare fuori; lui ha insultato gli africani. Allora sono andata dietro al bancone per prendere il cellulare e chiamare mio marito. Quando mi sono riavvicinata, Simonetti mi ha sferrato un calcio dietro la gamba. Ho iniziato a correre, lui mi inseguiva; in cortile mi ha afferrata per i capelli. Io ho preso lo spazzettone appoggiato al muro e l’ho colpito».

In tutto questo Montanari faceva da spettatore e da aizzatore. I due erano poi andati verso la macchina, dove Simonetti aveva accusato il malore. L’avvocato Mauro Pinotti, difensore di Montanari, ha sottolineato come il suo assistito, incensurato e libero, neghi ogni addebito: «Alla luce delle testimonianze contraddittorie, il reato potrebbe essere riqualificato come esercizio arbitrario delle proprie ragioni».

Il pm Stefania Pigozzi ha rinunciato ad altri testi e la prossima udienza è fissata al 19 dicembre 2018, per ascoltare il dirigente della squadra mobile Guglielmo Battisti e altri poliziotti.

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