Montanari salutato nel suo amato museo
La cerimonia funebre celebrata tra i cimeli e le bandiere
REGGIO EMILIA. Non poteva esserci collocazione più adatta del Museo del Tricolore per la camera ardente di Otello Montanari, il dirigente del vecchio Pci morto lunedì notte all'età di 91 anni. Nel piano terra di palazzo Casotti, dove è allestito il museo da lui voluto, tra martedì pomeriggio e ieri mattina tanti compagni, amici e cittadini sono venuti a rendergli l'omaggio meritato da un uomo che ha saputo incidere nella storia della città e del suo partito con forti prese di posizione, spesso anticipando i tempi e superando gli scogli del conformismo di sinistra.
La cerimonia funebre è stata celebrata in forma laica nel primo pomeriggio di ieri sotto il portico di palazzo Casotti, davanti all'ingresso del museo. Erano presenti, fra gli altri, i parlamentari del Pci e del Pds-Pd Antonio Bernardi, Alessandro Carri, Eletta Bertani, Fausto Giovanelli e Maino Marchi, oltre all'ex-vicepresidente della Provincia Enrico Manicardi. «Questo luogo – ha sottolineato il sindaco Luca Vecchi – ci richiama all'impegno di Otello affinchè la nostra città divenisse punto di riferimento per il ruolo del Tricolore nella coesione del Paese. Montanari è stato tante cose, partigiano, esponente del Pci, grande uomo di cultura. Ma è stato sempre un grande reggiano presente nelle vicende storiche della città e nelle esperienze collettive. Ha preso posizioni molto forti, da provocatore e anticipatore. Tuttavia non è stato un divisivo uomo di rottura, ma un punto di riferimento trasversale di una storia comune. In questo mondo ancora diviso e lacerato ci trasmette un messaggio di pace. È responsabilità di chi lo eredita fare sì che le diversità diventino motivo di dialogo, non di scontro. Otello ha tracciato la strada che siamo impegnati a continuare». È toccato poi a Ermete Fiaccadori, presidente dell'Anpi provinciale, rievocarne il burrascoso rapporto con l'associazione partigiana: «La lettera pubblicata il 29 agosto 1990, conosciuta come “Chi sa parli", determinò l'anno seguente la sua espulsione dall'Anpi. Ci furono forti reazioni in tutto l'ambito della sinistra, non ancora del tutto superate. Egli, però, ebbe il merito di rompere con la storiografia ufficiale. Aprì una fase nuova della ricerca storica che, ben al di là delle sue intenzioni, provocò un moto di ostilità nei confronti della Resistenza. Ne derivò l'ostracismo che lo isolò a lungo dalla politica. Il fatto di essere ingiustamente accusato dai compagni fu per lui causa di forte sofferenza. Quindi si rifugiò nella ricerca storica, dando vita insieme a Ugo Bellocchi al comitato del Primo Tricolore. Poi ci fu la riconciliazione e la riammissione nell'Anpi. A noi restano il suo coraggio, le carte, l'archivio, la sua eredità preziosa. Lavoriamo nel solco del suo impegno».
Giglio Mazzi, il partigiano Alì che combattè con lui nel distaccamento Gap di San Maurizio, ha infine raccontato lo scontro a fuoco dal quale Otello Montanari uscì gravemente ferito. L'esperienza di guerra contribuì probabilmente nell'ultima parte della sua esistenza a farlo innamorare delle gesta militari che, dai tempi della Repubblica Cispadana al Risorgimento alla Resistenza, hanno dato all'Italia unità, libertà e democrazia. Alle celebrazioni del Primo Tricolore invitava le asssociazioni d'arma. Si era legato d'amicizia non solo con il generale Raffaele Cadorna, comandante antifascista del Corpo Volontari della Libertà, ma perfino con il duca Amedeo di Savoia Aosta.
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