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Massimo Storchi: «La riconciliazione è un fatto privato»

Massimo Storchi: «La riconciliazione è un fatto privato»

REGGIO EMILIA. «La riconciliazione? Va bene a livello privato, come atto umano, ma non c'entra con la storia». Massimo Storchi, direttore del Polo archivistico del Comune, prende le distanze dalla...

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REGGIO EMILIA. «La riconciliazione? Va bene a livello privato, come atto umano, ma non c'entra con la storia». Massimo Storchi, direttore del Polo archivistico del Comune, prende le distanze dalla proposta di don Eugenio Morlini. A suo parere gli storici procedono su un piano diverso, quello dello studio e della ricerca, mentre a livello politico il discorso sarebbe stato già chiuso settant’anni fa. «Ci furono – sottolinea Storchi – l'aministia voluta da Palmiro Togliatti nel 1946 e l'anno dopo l’approvazione della Costituzione, che all'articolo 3 stabilisce l'uguaglianza di tutti i cittadini. La pacificazione fu fatta allora. Anche i fascisti possono esprimere liberamente le loro opinioni e pubblicare libri. L’archivio storico è aperto a tutti». In quanto al caso da cui prende spunto don Morlini, il perdono chiesto dalla figlia del partigiano che uccise il seminarista Rolando Rivi, secondo Storchi il conto era già pareggiato sotto il profilo della giustizia: «I colpevoli – spiega – erano stati condannati. Con la richiesta di perdono entriamo in un terreno diverso, quello della morale e della metafisica». Don Morlini, però, ritiene che dopo tanti anni rimanga ancora nella nostra terra tanto rancore e odio. «Noi storici – obietta Storchi – non abbiamo questa impressione. Non cogliamo nella gente animosità, salvo quando parliamo con i fascisti. Non siamo più nell'immediato dopoguerra. Sono trascorsi settant'anni di pace. Ai giovani, poi, quegli eventi ormai lontani non interessano. Anzi, dobbiamo insegnare quella storia per impedire che si ripeta». Rimane il problema degli scomparsi. I familiari chiedono che venga loro rivelato almeno il luogo della sepoltura, ma, fatta eccezione per le diciannove salme fatte trovare nel 1991 nel Cavòn di Campagnola, gli altri luoghi di sepoltura rimangono ignoti. «È vano sperare – spiega Storchi – che dopo tanto tempo si possa ancora rinvenire qualcosa. I vecchi partigiani sono morti quasi tutti. I figli non sanno nulla. Ci capita che venga negli uffici di Istoreco qualcuno di loro a chiederci notizie del padre e delle sue gesta durante la guerra». Quello del Cavòn, quindi, sarebbe un caso unico e irripetibile. «Quella operazione – precisa il direttore dell'Archivio storico – fu condotta con grande intelligenza e abilità dal sindaco di Campagnola e dal procuratore della repubblica Bevilacqua. Ai testimoni fu assicurato che non ci sarebbero state strumentalizzazioni politiche e polemiche da parte delle forze di destra, che si voleva soltanto un gesto di pietà. Inoltre Umberto Righi, figlio e nipote di due delle persone scomparse, si accollò le spese della ricerca». Le stesse condizioni, evidentemente, non si verificarono per gli altri desaparecidos. Per giunta rimaneva il timore del procedimento penale per omicidio. (l.s.)



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