«Soddisfatti per le indagini di Aemilia»
Il capo della polizia Gabrielli: «Reggio ha reagito». Gratteri su mafia e politica: «Molti altri Comuni saranno sciolti»
REGGIO EMILIA. «C’è amarezza perché territori prima intonsi come l’Emilia sono stati interessati da fenomeni di criminalità organizzata. Però c’è anche la soddisfazione per un’indagine come Aemilia, che ci consegnerà una verità anche processuale su questi fatti».
A tracciare la rotta della lotta alle mafie nella terra del processo Aemilia e di Brescello (prima amministrazione sciolta in Emilia per infiltrazioni) è stato ieri anche il capo della polizia, Franco Gabrielli, ospite principale all’evento di chiusura di “Noicontrolemafie”, festival della legalità promosso per l’ottavo anno dalla Provincia di Reggio Emilia in collaborazione con i Comuni e la Corte Ospitale di Rubiera. Nell’auditorium del Credem Gabrielli – accompagnato dal questore Antonio Sbordone e accolto dalle autorità – ha voluto sottolineare «un aspetto positivo: che le organizzazioni criminali ricerchino nuovi ambiti e confini non lo certifica solo Aemilia. Il processo Aemilia certifica come la capacità di contrasto anche dei territori non storicamente intaccati da questi fenomeni ci sia stata; ma c’è stata reazione».
Essere diventati terra di mafia è quindi certificato dal maxi processo con 240 imputati coinvolti nei vari filoni. Contrastarla in maniera adeguata sembra l’altra certezza: «Quando si passerà dalla cronaca alla storia, si dirà che qui in Emilia, nel secondo decennio del nuovo millennio, ci sono stati due terremoti – ha detto Gabrielli – uno naturale ed uno antropico ma che ad entrambi avete saputo reagire con l’atteggiamento giusto».
Però, è stato l’invito di Gabrielli ai reggiani, «dovete proseguire su questa strada perché i tentativi delle mafie di infiltrarsi al Nord non avranno comunque mai fine: quello che dobbiamo fare è evitare che rimanga una patologia e non si trasformi in fisiologia». Quello di Gabrielli è stato l’ultimo di una lunga serie di interventi aperta dal presidente della Provincia di Reggio Emilia, Giammaria Manghi, che ha spiegato come «siano ormai 40.000 gli studenti che abbiamo coinvolto in questi otto anni sui temi della legalità. Questo costante impegno sul fronte culturale per sviluppare la formazione e la conoscenza della generazione che cresce è uno dei pilastri fondamentali sui quali si regge la nostra azione di contrasto alle mafie».
Estirpare l’illegalità, quella organizzata in primis, non è però semplice. Parola di Nicola Gratteri, procuratore capo a Catanzaro, che strappa applausi alle decine di studenti in platea e annuncia: «Il numero dei Comuni sciolti crescerà molto nei prossimi anni a causa della forte commistione tra mafie e politica».
Affermazioni di un certo peso, che toccano anche la realtà reggiana, che con Brescello sta vivendo un’impasse a poche settimane delle elezioni che seguono lo scioglimento. «Servono modifiche normative sugli scioglimenti per mafia – dice Gratteri – la gente percepisce lo scioglimento come un congelamento della vita amministrativa, con commissari che si presentano magari due giorni alla settimana. Ci vuole invece un prefetto che stia lì 7 giorni su 7, che abbia pieni poteri e che faccia meglio delle amministrazioni sciolte».
La mentalità è quindi cambiata. «Dodici anni fa non avremmo trovato una situazione come quella attuale sulle infiltrazioni – è la constatazione del sindaco di Reggio Luca Vecchi – Il percorso da fare non è semplice ma noi abbiamo deciso di andare avanti dritti. Questa comunità aveva e ha ancora oggi la necessità di arrivare fino in fondo e farà il necessario per farlo. Questo grazie al lavoro enorme della prefettura con le interdittive, delle forze di polizia con investigazioni a livelli altissimi, un sistema dei provvedimenti preventivi come il sequestro dei beni, a enti locali con nuovi amministratori giovani, che hanno dovuto porsi con umiltà e coraggio come affrontare il contrasto alle infiltrazioni».
Dal pulpito ha parlato anche il generale Pasquale Angelosanto, comandante del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri, che ha rivolto un invito a «non generalizzare: sarebbe un errore, perché se tutto è mafia alla fine nulla è mafia», stupito «che nella prima sentenza di Aemila il giudice parli della incondizionata ammirazione di una professionista locale per il boss». «Per fortuna in Italia possiamo contare sulla legislazione antimafia più avanzata che c’è al mondo e che ci aiuta in questa lotta» ha rimarcato il generale della guardia di finanza Alessandro Barbera, al vertice del Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata (Scico).
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