Gazzetta di Reggio

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Castelnovo Monti vende le azioni e scarica Iren

di Enrico Lorenzo Tidona
Castelnovo Monti vende le azioni e scarica Iren

Il sindaco Bini esce dal patto tra comuni e cede l’intero pacchetto: «Ci servono soldi e dentro l’azienda non contiamo nulla»

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CASTELNOVO MONTI. Tra Iren e il sindaco Enrico Bini non è mai corso buon sangue. Ora, però, sembra giunta la rottura definitiva: le casse del comune languono e il mercato paga bene le azioni della multiutility tacciata più volte dal sindaco di essere ormai troppo concentrata sui grandi numeri e poco sui territori dei comuni azionisti. È questo l’assunto che sta portando in queste ore a uno dei divorzi istituzionali più clamorosi sullo scacchiere reggiano.

L’ADDIO DEFINITIVO. Il sindaco di Castelnovo Monti metterà ai voti in giunta l’uscita del suo comune - il più grande della montagna reggiana - dal patto di sindacato emiliano. Vuol dire prendere la porta e uscire dalla cabina di regia allestita negli anni dai soci pubblici nella multiutility da 3,7 miliardi di euro. Una stanza di compensazione con la quale i comuni azionisti cercano di dire la loro ai vertici della società quotata in Borsa. Ma uscire dal patto serve soprattutto per svincolare le azioni, che saranno così vendute per intero dal comune di Castelnovo Monti, che uscirà definitivamente dall’orbita di Iren, considerata l’ultima cassaforte in provincia. L’addio è rilevante sia sotto il profilo finanziario sia sotto il profilo politico. Bini non ufficializza nel dettaglio ma conferma l’assunto con poche parole: «È vero, vendiamo: del resto da tempo Iren non è più la nostra azienda».

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IL BRACCIO DI FERRO. Già nel febbraio 2016 Bini - presidente dell’Unione dei Comuni dell’Appennino - si era dimesso dalla Commissione legalità di Iren in aperta polemica con l’azienda sul fronte degli appalti. Ora il colpo di scena a pochi giorni dall’esplosione della nuova polemica sullo sforamento del tetto dei compensi fissato dai sindaci reggiani nel 2015 a 350mila euro. L’ad Massimiliano Bianco arriverà quest’anno a guadagnare invece fino a 466mila euro, oltre 100mila euro in più. Uno sforamento che ha visto il voto contrario di 5 comuni reggiani in assemblea: Scandiano, Casalgrande, Castellarano, Baiso e Bagnolo. Tutti gli altri hanno dato il via libera, premiando i risultati raggiunti dal management. Bini non è si è nemmeno presentato alla votazione: la strada della dismissione del pacchetto era già segnata. Prova tangibile che per il comune “capoluogo” della montagna reggiana la cinghia di trasmissione tra i desiderata dei comuni e i vertici si è rotta.

Complice anche i numeri vertiginosi raggiunti da Iren, che pochi giorni fa ha incassato il voto favorevole sul bilancio 2017 oltre che sui compensi destinati al cda.

IL PIATTO È RICCO. Conti record, con ricavi in crescita del 12,6% rispetto al 2016, un Ebitda stabile a 820,2 milioni di euro e un utile pari a 237,7 milioni di euro, schizzato del 32,2%. Da lì i dividenti con cedole in stacco a giorni: per i comuni reggiani si tratta di oltre 11 milioni di euro. Ma la cifra è per buona parte appannaggio di Reggio Emilia (6,4 milioni), che detiene 91 milioni di azioni, ed è quindi il comune capofila degli azionisti pubblici insieme a Genova e Torino, con i quali era forte anche l’asse politico che sosteneva Iren. Tutti legati al Partito Democratico, che ha poi perso Torino (ora 5 stelle) e Genova (passato alla destra), che ha costretto il sindaco Luca Vecchi a un’opera di riequilibrio interno con l’avvicinamento al sindaco di Parma Federico Pizzarotti, ex 5 stelle che ha trovato poi un appoggio strategico con il Pd.

COMUNI POVERI. Perdere pezzi in questo complesso scacchiere rischia di aprire nuovi fronti. Ma Castelnovo Monti ha anche necessità di cassa: conta 1,2 milioni di azioni e un dividendo 2017 di appena 88mila euro. Spiccioli se paragonati ai grossi comuni. La polpa, agli occhi della giunta montana, sta nei 3,5 milioni di euro che il comune potrebbe incassare vendendo il suo pacchetto azionario sul mercato. Strada già intrapresa da altri comuni reggiani, che hanno però svincolato solo una parte delle azioni per rimpinguare le casse comunali, sempre più vuote ma con esigenze di spesa pubblica costanti se non crescenti.
 

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