Gazzetta di Reggio

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«Dagli ambientalisti solo fake news»

di ANTENORE CERVI*
«Dagli ambientalisti solo fake news»

Antenore Cervi, presidente della Cia di Reggio, sul rapporto dell’Ong Terra!: «Puntano a danneggiarci dicendo falsità»

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Pubblichiamo di seguito una lettera di Antenore Cervi, presidente della Cia di Reggio Emilia, in risposta ad un’inchiesta pubblicata il 19 aprile scorso sulla Gazzetta. Nell’articolo veniva illustrato il report “Prosciutto nudo” realizzato dall’Ong Terra!. L’associazione ambientalista puntava il dito contro la filiera nazionale del prosciutto, considerata insostenibile da un punto di vista ambientale, fino a considerarla «una bomba ecologica».

di ANTENORE CERVI*

Caro Direttore, la Gazzetta da lei diretta il 19 aprile scorso ha dedicato un’intera pagina al rapporto “Prosciutto nudo” a cura della Ong Terra, con un suo commento; questo avveniva dopo che avevate dedicato un’altra pagina in precedenza ad un analogo “attacco” all’allevamento bovino da latte da parte di un’altra organizzazione ambientalista.

Da allevatore e rappresentante di allevatori, oltre che di agricoltori più in generale, vorrei osservare che la sua testata regala molto spazio a tesi assolutamente discutibili, che infatti, se lei concederà spazio anche a noi, come speriamo, intendiamo discutere e contestare, premesso che ovviamente le scelte editoriali competono a lei e solo a lei.

Dal nostro punto di vista riteniamo però che notizie che potrebbero benissimo rientrare tra le “fake news” dovrebbero essere trattate con maggiore cautela e minore evidenza, anche perché questi “rapporti” di organizzazioni anti-allevamenti, sembrano diretti in primo luogo a creare un danno d’immagine ed economico, che colpisce attività di rilievo del territorio.

Prendiamo atto positivamente del suo commento, un bel excursus storico. Quello che non condividiamo è la “lettura” che l’Ong Terra fa di dati e situazioni che sono (salvo casi individuali che ci possono essere) del tutto a norma di leggi, e parliamo di leggi che tutelano l’ambiente ed anche il benessere degli animali.

In Italia abbiamo infatti una legislazione ambientale di primo livello, in Emilia Romagna spesso ulteriormente restrittiva. Quindi, una descrizione dei settori di allevamento come fossero una specie di “museo degli orrori” è del tutto arbitraria e contestabile, e lei (permetta solo una critica al suo commento) sbaglia laddove sembra accreditare tale descrizione (“La botta ambientale…”).

Partiamo dal fatto che i suini macellati in Italia – purtroppo – non sono tutti allevati in Italia, perché sul mercato vi è una grossa quota di prodotto, anche prosciutto, generico e non riferibile ai marchi Dop. La carne da consumo fresca, per la maggior parte proviene da suini esteri, che arrivano in parte vivi, in parte già macellati. Quindi la prima cosa contestabile è il quantitativo di liquami prodotti e l’equivalenza del tutto teorica con 25,5 milioni di persone in più. Le stime per il 2017 dicono che i suini nati in Italia sono stati 10.280.000, quelli macellati 11.380.000 (non 12 milioni), quelli importati vivi 885.000, le carni importate 1.059.000 tonnellate.

Ma la cosa che è più che contestabile è l’affermazione che tali liquami ed escrementi siano “quasi tutti smaltiti in modo inquinante”.

Qui non ci siamo proprio: l’allevamento ha delle norme per le quali il “carico” di bestiame presente deve corrispondere ad una quantità di terreno che consenta uno smaltimento non inquinante, quelli che non ne hanno a sufficienza devono essere dotati di impianti di trattamento dei liquami. Inoltre, tutti gli allevamenti devono essere dotati di “stoccaggi” di tali reflui zootecnici (lagune o “lagoni” oppure pozzi neri) tali da consentire un tempo di “maturazione” che ne riduca la carica eventualmente inquinante.

La quantità che si può spandere è regolata sia in termini di quantitativi, sia per il tipo di terreni: a Reggio per esempio, l’intera media pianura (dalla via Emilia fino alla pedecollina) è classificata zona “vulnerabile”, pertanto i quantitativi che si possono spandere sono dimezzati rispetto alla bassa pianura. L’affermazione poi che i terreni e le acque sarebbero pieni di antibiotici è del tutto priva di riscontri e quindi arbitraria.

Chi ha redatto questo rapporto ha preso dati generali (neanche precisi), elaborandoli a capocchia per sostenere le proprie tesi ideologiche, cioè fissate a priori.

La verità e la complessità delle situazioni quindi non vi hanno nessuno spazio, l’importante è suscitare emozione ed orrore partendo da dati fintamente oggettivi. Però, i dati scientifici di Ispra, che dopo tanti anni di insistenza da parte di noi agricoltori, ha affrontato l’analisi di una serie di punti di controllo per le acque superficiali e di falda, rilevano che nella maggior parte dei casi la presenza di inquinanti e di nitrati è solo in parte minore di origine agricola/allevamento; secondo Ispra questi non superano mai un terzo del totale, nel caso del nostro territorio, dove il prelievo è stato fatto a Montecchio, i nitrati di origine agricola non superano il 15/18% del totale, la quota largamente prevalente è di origine civile.

Quanto al carico di bestiame su un territorio ristretto, va ricordato che la provincia di Reggio Emilia è passata in pochi decenni dal “sostenere” 800mila capi anno agli attuali meno di 300mila, la forte concentrazione è ora soprattutto in Lombardia, ma anche in Veneto.

Potremmo continuare ad argomentare, enumerando gli sforzi che gli allevamenti, con il supporto di centri di ricerca come il reggianissimo Crpa, dedicano costantemente a migliorare la situazione. Se si visita il sito internet del Crpa, si troveranno ben 15 progetti in corso con i Goi (Gruppi operativi per l’innovazione). Perché gli allevatori non sono degli spietati criminali, ma imprenditori che puntano ad un reddito, con il miglior equilibrio possibile tra produttività ed ambiente.

Rispetto alla stessa Ong, non possiamo che aggiungere che ogni discorso è inutile quando si parte da un pregiudizio per il quale l’allevamento, qualsiasi allevamento, è un luogo di tortura e deve essere chiuso. Abbiamo però un’osservazione da fare: il giorno che fossero chiusi tutti gli allevamenti e diventassimo tutti vegetariani o vegani, tralasciando i problemi per la salute, cosa useremmo per concimare i terreni sui quali far crescere i vegetali da mangiare? La risposta è: concimi chimici!

Infine, un’annotazione sociologica: se la soluzione è avere poco prosciutto e che costa caro, vuol dire che i nostri prodotti di qualità sarebbero sempre più dedicati ad una piccolissima fetta di ricchi, lasciando perdere milioni di cittadini con condizioni economiche minori, condannati a cibi di qualità inferiore (scarsa?!). Speriamo in ogni caso che il pubblico dei suoi lettori comprenda che la realtà non è quella da horror descritta dalla Ong Terra!, non abbia quindi – restando in tema – gli occhi foderati di prosciutto.

* Presidente Cia

Agricoltori Italiani

di Reggio Emilia



Mi permetta due osservazioni che riguardano la Gazzetta e la mia nota storica. Il giornale non “regala molto spazio”, perché non è una pesca di beneficenza. Valuta invece le voci, anche estreme, e semmai le pubblica purché siano tema di dibattito e possano essere contraddette. Infine, perché sbaglio dove scrivo “botta ambientale”? Dovevo parlare di “buffetto” o “pizzicotto”? Un conto è il confronto, un altro è la suscettibilità letteraria. Capovolgo la sua preoccupazione iniziale: il pubblico dei nostri lettori non ha gli occhi foderati di prosciutto, ma una storia di prosciutto. (st.sc.)



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