Gazzetta di Reggio

Reggio

«Ha ucciso mio figlio, è giusto che paghi»

di Tiziano Soresina
«Ha ucciso mio figlio, è giusto che paghi»

Senza odio le parole della madre di Marco Davoli dopo l’arresto del colpevole: «Spero che in cella mediti sul male fatto»

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REGGIO EMILIA. Da quasi un anno attendeva quella telefonata liberatoria dalla polizia e finalmente è arrivata. Edmea Bigi non ha parole d’odio, si sente semplicemente in pace con se stessa perché ora non è più latitante il dominicano 35enne Algenis Favia, cioè l’autore del pugno che innescò la morte di suo figlio, il 53enne Marco Davoli.

Il meticoloso lavoro investigativo della Mobile – coordinata dal pm Valentina Salvi – ha scovato il ricercato a San Donà di Piave (Venezia): decisivo il prolungato appostamento nei pressi delle abitazioni di due dominicane. Sabato nel primo pomeriggio l’arresto ed ora Favia sconterà la condanna definitiva (6 anni e 8 mesi di reclusione) per omicidio preterintenzionale: nei tre gradi di giudizio era uscita la conferma che Algenis davanti al bar Pausa Cafè colpì Marco con un pugno, facendolo cadere, sbattendo pesantemente la testa sull’asfalto. Il 13 settembre 2013 la morte, dopo undici giorni in Rianimazione. Ma dalla sentenza di condanna in Cassazione – divenuta irrevocabile dal 9 giugno 2017 – il dominicano era sparito. Sabato la svolta nelle ricerche. «Penso solo che qualcuno l’ha aiutato in questo anno di latitanza» dice in un misto di pacatezza e decisione Edmea, ex bidella 82enne, rimasta vedova nel ’72 e che non si è mai più ripresa dalla scomparsa del figlio. «Come si fa a morire in quel modo? Quel giorno Marco stava solamente scherzando perché lui era buono d’animo, credeva nell’amicizia, mai avrebbe pensato che uno l’avrebbe agganciato per fargli del male. Invece è accaduto, la reazione esagerata di un uomo che non si è mai scusato con noi per quello che ha fatto». Il dominicano è ora dietro le sbarre, un finale giusto ma non vendicativo. Edmea ragiona da mamma: «Quell’uomo deve pagare e vorrei che in carcere meditasse sul male che ci ha procurato, per poi riscattarsi e diventare una persona diversa, migliore». Una sete di giustizia dopo aver ingoiato tante amarezze. «Negli undici giorni in Rianimazione abbiamo sperato tanto che Marco ce la facesse. Un tira e molla con i dottori, perché si passava dall’avere qualche possibilità al non c’è niente da fare. Ci sarebbe bastato averlo con noi, anche se gravemente offeso per quel trauma, invece...». Poi la ferita di vedere in giro, libero, Favia che al di là di costituirsi, non ha fatto un giorno di carcere. «Per noi, in famiglia, incontrarlo per Reggio è sempre stato doloroso. È accaduto alla compagna di Marco, ma anche alla figlia».

Ci mostra un delicato disegno della nipotina Alessia che nei giorni del primo processo ricordava il papà anche con toccanti parole, chiedendogli un aiuto da lassù per ritrovare un po’ di serenità. Ma torniamo al presente di una mamma che ritrova un po’ di serenità. I ringraziamenti alla polizia, fatti subito al telefono quando le hanno comunicato il sospirato arresto del responsabile della morte del figlio, ma anche direttamente al questore Antonio Sbordone, in un commosso incontro nella caserma di via Dante.

«Sono soddisfatta – termina Edmea come ha iniziato, cioè non andando mai sopra le righe – ma ho anche pianto per l’emozione. Marco è sempre nei miei pensieri, ogni tanto vado in cimitero. Alla sera, quando sono a letto, penso a quello che devo fare il giorno dopo: è il mio modo d’andare avanti. Ora però con una certezza: mio figlio ha finalmente avuto giustizia».

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