Reggio Emilia, studente aggredito sull’autobus da una gang di giovanissimi
Una banda ha cercato di rubare il cellulare a un 17enne, dopo averlo pedinato. La vittima, studente dello Scaruffi, ha reagito e si è difeso. Indaga la Questura
REGGIO EMILIA. Sono una banda, di ragazzi. Si svegliano presto come i loro coetanei, ma a scuola non ci vanno. Fanno lo stesso tragitto di chi a scuola ci va, ma si fermano prima. Hanno altri obiettivi: zaini, capi firmati, smartphone. E per ottenerli non esitano a malmenare i legittimi proprietari. E nelle loro scorribande restano spesso impuniti.
Perché seminano il terrore tra i ragazzi, che magari vedono quel che accade ma non denunciano. È accaduto anche ieri mattina. Ma ora la polizia ha qualche elemento su cui impostare le ricerche. Perché il ragazzo aggredito ha presentato denuncia in Questura. I fatti risalgono alla mattina di ieri e si svolgono in parte sull’autobus numero 5 e in parte in pieno centro, a pochi passi dalla scuola frequentata dal ragazzo malmenato.
Lo hanno notato mentre, sull’autobus che lo portava a scuola, ingannava il tempo del tragitto armeggiando con lo smartphone. È proprio lo smartphone era il loro obiettivo. Così quando lo studente di 17 anni, che frequenta l'istituto tecnico commerciale “Scaruffi” è sceso dall’autobus, sono scesi anche loro. «Erano in tre – dirà il ragazzo al posto di polizia del pronto soccorso – tutti sui 17-18 anni, nordafricani».
Scesi dal bus lo hanno seguito, ma subito, il ragazzo non ci ha fatto caso. Assorto nella musica sparata dagli auricolari si è accorto di loro quando, dalle parti di via Filippo Re lo hanno prima accerchiato e poi, con uno sgambetto, l'hanno fatto cadere a terra, cercando di strappargli zaino e cellulare.
Ma lo studente sceglie di non cedere, di resistere, e gli servono gli allenamenti fisici di quando giocava a rugby. Alla fine ha la meglio, ha ancora con sè lo smartphone e lo zaino, ma ha battuto la testa e non è riuscito a evitare i cazzotti di questi bulli che – si dice – seminano il terrore ogni giorno sugli autobus che portano a scuola i nostri ragazzi.
Con il cellulare, il ragazzo chiama il padre e poi arriva al pronto soccorso dove viene medicato e dimesso con una prognosi di qualche giorno. Poi, su input dei genitori, la tappa in Questura, per sporgere denuncia.
«La cosa che mi colpisce – diceva ieri a botta calda il genitore del ragazzo – è la mancanza di un presidio nei poli scolastici della città o alle principali fermate del trasporto pubblico. Sarebbe di certo un deterrente per episodi come questi che mi risulta non siano rari».
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