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«Volevano sciogliere i miei figli nell’acido»

«Volevano sciogliere i miei figli nell’acido»

Torna in auge il racconto di Signifredi come teste in Aemilia: «Muto mi puntò la pistola alla tempia»

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REGGIO EMILIA. Il “commercialista” della ’ndrangheta, Paolo Signifredi, è stato sentito un anno fa al processo Aemilia, suscitando scalpore per i racconti portati alle orecchie dei giudici del collegio presieduto da Francesco Caruso. Signifredi è una persona conosciuta a Reggio, pur essendo originario di Parma. Fu presidente della squadra di calcio del Brescello nel 2003, arrestato nell’indagine Pesci nel 2015, inchiesta che rappresenta la terza gamba dell’azione contro il clan Grande Aracri di Cutro in atto con i processi “gemelli” Aemilia a Reggio e Kyterion a Catanzaro. Inizialmente era imputato in Pesci per estorsione. Poi la decisione di pentirsi, che ha portato alla confessione di reati che hanno aggravato la sua posizione, con l’aggiunta della pesante accusa di essere un componente diretto dell’associazione mafiosa che agiva sul Mantovano. Le sue collaborazioni con le procure, dopo il pentimento, ad oggi si sprecano e vanno da nord a sud, dal Veneto a Palermo. È considerato attendibile già da diverse procure, con fatti poi corroborati da indagini ad hoc e nuovi filoni aperti. Per ora è chiaro che la procura che indaga – quella della località protetta dove è stato pestato – sta valutando tutte le ipotesi, partendo dal processo sulla maxi frode dell’acciaio di Reggio – che conta altri due filoni – e dallo svelamento delle trame dei clan di ’ndrangheta al nord. «Durante la mia detenzione nel carcere di Voghera – aveva raccontato al processo Aemilia come teste – c’era nella mia stessa sezione il detenuto Antonio Rocca ritenuto insieme a Francesco La Manna il referente della cosca per il Mantovano. Ogni giorno mi minacciava dicendomi che avrei dovuto iniziare a collaborare inventando fatti per scagionarlo davanti ai pm, altrimenti avrebbe sciolto nell’acido o dato da mangiare ai maiali, come si faceva giù, sia me che la mia famiglia». Da lì decise di collaborare con la giustizia. A Rocca, Signifredi segnalava persone con aziende in crisi, alle quali rilevava le quote per poi metterle in liquidazione e acquisirne il patrimonio. Un giorno conosce Lamanna e Salvatore Muto – oggi pentitosi a sua volta – il quale «mentre chiacchieravamo del più e del meno mi puntò una pistola alla tempia». (e.l.t.)

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