Cemental, assolto il patron
Ponti non è colpevole della morte di Nanetti. Montanari: «Decisione che mi disgusta»
REGGIO EMILIA. La morte di un ex dipendente delle Cemental per mesotelioma e l’asbestosi patita da un altro collega ancora in vita, non possono essere ascritti all’ex titolare dell’azienda, il 70enne Franco Ponti. Una doppia assoluzione per l’industriale che nel 1971 era da poco succeduto al padre alla guida della celebre fabbrica in centro a Correggio, che produceva tubi in cemento-amianto e sulla quale si era già abbattuta una sentenza di condanna a un anno per omicidio colposo nel 2016 nei confronti di Ponti.
Ieri, però, l’imputazione di omicidio colposo nei confronti del patron è svanita, cassata dal giudice Luca Ramponi perché le prove non sono sufficienti, verità processuale in attesa delle motivazioni, letta davanti a decine di familiari e volontari delle associazioni delle vittime di amianto giunte da mezza Italia. Dopo due anni è terminato così, dopo un’ora e mezza di camera di consiglio, il combattuto processo scattato dopo la denuncia nel 2010 della famiglia di Luciano Nanetti, ex operaio morto di mesotelioma nel 2012. Con loro si era insinuato come parte civile Paolo Montanari, altro dipendente della Cemental, che lotta con l’asbestosi al terzo grado, presente ieri in aula, prossimo alla lacrime alla lettura della sentenza che ha sancito anche la prescrizione per il reato di lesioni gravissime, contestato sempre a Ponti .
La procura aveva chiesto la condanna a un anno per Ponti ma lo stesso sostituto procuratore, Isabella Chiesi, aveva avvertito che «Ponti Franco è succeduto al padre, si è messo a capo di un’azienda per necessità trovando una situazione già di un certo tipo alla quale si doveva rimediare». In pratica le falle sanitarie eventualmente presenti nell’azienda nella quale sbuffavano in aria fibre di amianto, erano state “ereditate” da Ponti junior, al quale ha fatto gioco anche l’essere stato per un solo anno il capo dei due operai che lo hanno portato a processo. Troppo poco per dire con certezza assoluta che la morte di uno e la malattia dell’altro siano colpa sua. Di più: non è ancora chiaro se il mesotelioma di Nanetti sia causato dall’amianto respirato. «Dobbiamo attendere le motivazioni del giudice, ma può anche essere che non vi sia prova che la malattia del signor Nanetti sia qualificata come mesotelioma», avverte Alberto Vercelli, difensore di Ponti in combinata con l’avvocato reggiano Giovanni Orlandi, chiaramente soddisfatti per l’assoluzione.
«Sono disgustato. Proprio deluso - dice invece Montanari dopo la sentenza, accompagnato dall’immancabile cannula al naso che lo collega a un macchinario portatile che lo aiuta a respirare - Nel precedente processo di Cagarelli, Ponti aveva preso un anno più la provvisionale. Pensavo che sarebbe stato almeno quello l’esito. E invece l’hanno assolto. Questa cosa mi fa schifo. Io mi sono malato, la gente moriva..perché? Per che cosa? Perché non morivano nelle altre ditte ma solo lì?».
Rabbia e frustrazione che vengono scaricate al termine di una giornata senza tregua, partita con il sit-in dei familiari con le bandiere tricolori davanti al tribunale, poi l’inizio della discussione durate quasi 6 ore, scandita da sbuffi e commenti nelle retrovie sui passaggi più dolorosi. «Nanetti aveva lavorato nell’impasto dell’amianto in fibra libera - ha detto il pm Chiesi al giudice - Situazioni ambientali poco protettive. I testi hanno raccontato che questo amianto veniva movimentato con dei badili, venivano svuotati dei sacchi di iuta, trasportati con delle gerle per abbinarlo al cemento. Non vi erano sistemi di aspirazioni efficienti sui macchinari nei luoghi dove questa polvere che saliva con lo svuotamento dei sacchi. E nello stabile della Cemental anche un’altra persona ci ha detto di essere malato pur non avendo avuto a che fare con l’amianto a fibra libera». «Non si processa una fabbrica ma una persona che per questi due casi è stato giudicato innocente» taglia corto il difensore di Ponti.
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