“Obiettivo Montipò”: crescere, crescere tutti
L’inventore di Interpump traccia le nuove linee del Gruppo e parla del territorio E l’integrativo? «Lo chiuderemo positivamente per restare nell’eccellenza»
REGGIO EMILIA . Non c’è mese che Interpump non annunci un’acquisizione in Italia o all’estero. Voglia di crescita (fino a quale punto) o strategia industriale?
«La nostra filosofia strategica ad oggi è precisa e convinta: investire la ricchezza che produciamo per crescere, per diventare più grandi e sperabilmente più forti. Per creare lavoro sicuro, dignitoso e duraturo».
Dopo il boom di ricavi e utili di Interpump è in corso la trattativa per il rinnovo dell’integrativo. Hanno fatto sciopero. Lei come risponde?
«È stata presentata la piattaforma per il rinnovo del contratto interno. Il nostro rapporto con il sindacato è sempre stato complessivamente positivo. La nostra disponibilità a ricercare le condizioni ragionate per un accordo non è mai mancata e non mancherà. L’affermazione di un sindacalista “andiamo a prendere i soldi dove ci sono” la considero un’espressione infelice. I ricavi e gli utili della nostra azienda non sono il “bottino” di una rapina, né la vincita al superenalotto, ma il risultato faticoso e impegnato di tutta una comunità aziendale di cui andare orgogliosi. Tutta la ricchezza che noi produciamo la investiamo con due obiettivi: mantenere un livello di tecnologia il più alto possibile per garantire standard di qualità eccellenti e per poter competere sui difficili mercati del mondo; crescere costantemente per diventare più solidi e più forti. Per costruire posti di lavoro e rendere più sicuri quelli esistenti. Il nostro livello medio di retribuzioni è fra i più alti e il senso di appartenenza della gente di Interpump è forte e solido come i suoi risultati. Chiuderemo certamente anche questo integrativo positivamente per restare nell’eccellenza».
Lei è considerato un imprenditore umanista, sociale. Qual è il suo giudizio sul sindacato oggi?
«Per tutte le forze sociali è un momento difficile. Un mondo globalizzato pone problemi nuovi e chiede risposte nuove. Non si può rispondere con visioni vecchie a scenari nuovi. C’è bisogno di impegno e di dialogo per diventare tutti migliori».
E sull’imprenditoria che dice? Tutta fatica, sopravvivenza, burocrazia e fisco?
«Quello che dicevo prima per il sindacato vale anche per l’imprenditoria. Io considero il lavoro il valore primo: il lavoro è civiltà, è benessere, è ruolo, è dignità, è costruzione, è partecipazione. Dobbiamo lavorare tutti per tutelare, proteggere e costruire lavoro. Un lavoro buono, più sicuro, dignitoso e migliore. Ogni forma di lavoro che non abbia questi colori, non è un lavoro! Certo, fare impresa nel nostro paese, non è facile. I mali li conosciamo, ma non esistono ruoli facili! Anche un disoccupato ha vita difficile! Dobbiamo crescere, crescere tutti. Crescere significa diventare migliori e questo è il senso stesso della vita. Vale per il singolo come per una comunità e per crescere sono indispensabili il coraggio e l’impegno».
E questa Italia? Che idea ha della politica nazionale e del quadro di questi giorni?
«Il nostro è un paese meraviglioso dove spinte coraggiose di modernità, voglie apprezzabili di futuro, si spingono a volte ai confini dell’irresponsabile e si mescolano a sacche mummificate di valori che hanno perso senso e storia. Un grande sorprendente laboratorio! Il quadro politico è fotografia della fatica e riassume gli umori del paese. Per crescere però abbiamo bisogno di obiettivi, di rotte definite, di una guida disposta al coraggio e alla responsabilità».
Lei ha radici e consuetudini ben piantate qui, nel Reggiano. Questo territorio produttivo che cosa fornisce oggi, di buono e di superato?
«Amo la mia terra com’è naturale che sia, o forse un po’ di più. La amo perché la rispetto profondamente, perché ho avuto il privilegio di compararla con altre terre del mondo e penso pertanto che il mio non sia un sentimento di parte. È una terra straordinaria per valori, per coraggio, per conoscenza. Qui è diffuso e consolidato il coraggio del fare che ha pochi uguali nel globo! Questo non significa che possiamo fermarci, a nessuno è consentito se si vuole conservare il buono e diventare migliori».
Qualcuno giudica il suo intervento sui nuovi palazzi di via Sessi fuori consuetudine architettonica reggiana, per decorativismo e stazza. C’è chi ci vede un po’ Parigi e chi un po’ di emirato arabo... E lei?
«È naturale che le opinioni siano le più diverse. Penso che la musica “è tutta”, non solo quella classica; che l’architettura “è tutta”, non solo e sempre un modello. A me pare che la realizzazione rappresenti un colore nuovo ma compatibile con la tavolozza della città».
Ha ancora gli occhi sulla sede della Banca d’Italia?
«La Banca d’Italia non ha mai rappresentato per me un interesse. Certo è un “pezzo” della città che meriterà un progetto attento».
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