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Ergastolo confermato a Roberto Infante

Ergastolo confermato a Roberto Infante

Il borettese è accusato di concorso nell’omicidio di Giorgio Gobbi. La Cassazione conferma il massimo della pena

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BORETTO. Ergastolo confermato per Roberto Infante, il 53enne di Boretto complice nell’omicidio di Giorgio Gobbi, ucciso nel dicembre 2014 da due colpi di fucile dal cognato Luciano Bonazzoli, titolare di un’impresa a Viadana. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato da Infante contro la sentenza emessa in Appello a Brescia nel febbraio dell’anno scorso, che aveva confermato il carcere a vita disposto dalla Corte d’Assise di Mantova.

La sentenza è stata emessa nella tarda mattinata di ieri. Una condanna durissima che, per le conseguenze di una scelta processuale (non è ricorso al rito abbreviato che gli dava diritto ad uno sconto di pena di un terzo) è di gran lunga superiore a quella di Luciano Bonazzoli, 48 anni, l'uomo che ha materialmente commesso il delitto e al quale sono stati inflitti invece 18 anni di reclusione.

Roberto Infante aveva raccontato ai giudici di non essere stato complice dell'uccisione di Gobbi, ma vittima, perché attirato sul luogo del delitto e costretto a collaborare alle fasi successive sotto minaccia di una ritorsione contro di lui e la figlia.

Nella sua confessione l'assassino lo aveva accusa di piena complicità. Prima per aver cercato, senza esito, un sicario che facesse il “lavoro” al suo posto. Poi per avergli dato appoggio in occasione di un agguato andato a vuoto davanti a casa della vittima designata. E, infine, per avergli fatto da spalla al momento del delitto e nella successiva fase del trasporto del cadavere, chiuso nel bagagliaio di una Range Rover abbandonata davanti a un ipermercato alle porte di Parma. Infante si è sempre difeso dicendo di non aver voluto partecipare a quel delitto: «Conoscevo Bonazzoli per via dei lavori fatti in azienda. Non avevo una grande confidenza con lui, però una confidenza me l'aveva fatta, sapevo che qualcuno gli stava addosso e che lui voleva dargli una lezione, pensavo volesse picchiarlo. Mi ha fatto capire più di una volta che voleva una mano, da me o da un mio dipendente. Ma gli ho sempre detto di no» aveva raccontato ai giudici.

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