Gazzetta di Reggio

Reggio

Lettera minatoria al pentito Liperoti

Lettera minatoria al pentito Liperoti

Ancora un collaboratore di giustizia finito sotto pressione La missiva giunta nel rifugio segreto prima della deposizione 

2 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. Ora lo dicono i fatti. C’è in atto un’articolata azione intimidatoria nei confronti dei pentiti di ’ndrangheta, facendosi beffe di località segrete e misure di sicurezza.

Dopo le botte a Paolo Signifredi, le minacce in aula che dice di aver ricevuto Antonio Valerio e un aumento delle contromisure richieste da un sempre più preoccupato Angelo Salvatore Cortese, ora spunta il caso inquietante che riguarda il 38enne Giuseppe Liperoti (per anni abitante a Brescello, è nipote acquisito del boss Nicolino Grande Aracri, in quanto ha sposato una figlia di uno dei fratelli del capoclan).

Ieri doveva deporre (ma l’udienza è saltata) in Corte d’assise d’appello di Catanzaro nell’ambito del processo di mafia Kyterion (scaturito daun’operazione parallela ad Aemilia e Pesci contro i Grande Aracri) insieme ad altri due collaboratori di giustizia (Antonio Valerio e Vittorio Spadafora), ma nel sito protetto dove si trova ha ricevuto una lettera minatoria. Attorno a Liperoti c’è parecchia tensione e non da adesso: in luglio qualcuno ha dato fuoco alla sua casa a Cutro, pochi giorni dopo che al processo Kyterion è stato depositato un verbale su un suo interrogatorio da parte della Dda di Catanzaro. Sinora Liperoti ha dato una dimensione inaspettata della cosca Grande Aracri. «Mio zio Nicolino stava riorganizzando il “locale” come “provincia” di ’ndrangheta ». Secondo il collaboratore di giustizia il clan quest’egemonia – in Calabria – la stava quindi esercitando da Lamezia Terme all’Alto Cosentino, in un clima di raggiunta pace fra i clan per spartirsi appalti e loschi traffici: «Con gli Arena dovevamo andare d’accordo, come con i Nicoscia».

Quanto accaduto a Liperoti e agli altri pentiti è ora al centro di delicati accertamenti sia da parte delle Dda che li “gestiscono”, sia del Servizio Centrale di Protezione. Valerio non ha fatto mistero – intervenendo la scorsa settimana dalla località segreta in videoconferenza con dichiarazioni spontanee – di sentirsi nel mirino, parlando di «minacce ricevute in aula» e che non sarebbero state colte perché espresse usando un cupo linguaggio ’ndranghetistico. Il pentito ritiene di essere stato minacciato da due imputati e l’ha fatto presente al collegio giudicante affinché alla questione venga dato il giusto peso. Da quanto “filtra” anche Cortese avrebbe chiesto – tramite il proprio legale – agli inquirenti antimafia maggiore tutela non solo per sè ma anche per i suoi familiari.(t.s.)

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google