Abusi sulla nipotina, nonni condannati
Assolti in primo grado, ma la Corte d’appello ribalta il verdetto: la donna colpevole di aver saputo e non aver impedito
BASSA REGGIANA. Condannati per concorso in violenza sessuale nei confronti della nipotina, all’epoca dei fatti di appena 5 anni. Il nonno per aver materialmente compiuto quegli atti odiosi, la nonna per aver saputo e non aver fatto niente per impedirli. È una sentenza che ribalta quella di primo grado, che nel 2014 aveva assolto entrambi i nonni, quella pronunciata nei giorni scorsi dalla Corte d’appello di Bologna. E che afferma una nuova drammatica verità sugli abusi denunciati dalla nipotina, la stessa che il giudice di primo grado Antonella Pini Bentivoglio aveva ritenuto non attendibile.
LA DENUNCIA. È alla fine del 2011 che la mamma della piccola denuncia tutto. Racconta che la bambina, durante la visione assieme alla madre di un programma televisivo, ha chiesto alla donna cosa volesse dire pedofilia. Quando la madre le ha spiegato il significato di quel termine, la bambina avrebbe detto: «Allora anche il nonno, perché mi ha toccato». Parole pesanti come un macigno che hanno spinto la mamma a capirne di più, coinvolgendo anche la pediatra.
Anche alla dottoressa la bambina ha raccontato di episodi in cui il nonno – non biologico, è il secondo marito della nonna materna – l’avrebbe toccata nelle parti intime durante i sonnellini pomeridiani a casa della nonna, quando la madre affidava lei a loro. Tutto sarebbe iniziato quando la bambina aveva cinque anni.
LE INDAGINI. La denuncia ha fatto scattare le indagini dei carabinieri, coordinate dal sostituto procuratore Maria Rita Pantani. Sia la madre che la figlia sono state sentite in incidente probatorio. Con un particolare: la mamma ha riferito – ed è agli atti – che lo stesso patrigno aveva rivolto verso di lei attenzioni morbose quando era appena una adolescente. Patrigno che però la donna non aveva mai denunciato alle autorità, dopo che la madre non le aveva creduto.
La bambina, davanti al giudice, ha raccontato di aver detto alla nonna di quanto accadeva, ma di aver ottenuto una risposta secondo cui avrebbe frainteso un modo di scherzare del nonno.
LA SENTENZA. I due coniugi – difesi dagli avvocati Alessandro Sivelli e Alessandro Verona – si sono sempre proclamati innocenti. E il giudice di primo grado, nella sua sentenza, ha parlato di dichiarazioni contraddittorie della bambina, nonché di un contesto «estremamente condizionante e suggestionante». Evidenziando come i rapporti tra le due famiglie fossero tesi, specie quando i genitori della bambina attraversarono un periodo di gravi difficoltà economiche. E non ricevettero aiuto dai nonni. Ragioni che hanno spinto il giudice di primo grado a una sentenza di assoluzione, nonostante la richiesta di condanna dei due a 6 anni e a 4 anni e 8 mesi.
L’APPELLO. L’accusa, con il pm Maria Rita Pantani, fa appello. E contesta che ci siano state suggestioni. Anzi, porta a sostegno della sua tesi alcune intercettazioni ambientali tra la nonna e lo zio della piccola. Dove la stessa rivela di aver sempre avuto il dubbio, ma di non aver mai visto niente. Ma davanti alla Corte d’Appello, il procuratore generale chiede l’assoluzione per i nonni. É la parte civile, l’avvocato Domenico Noris Bucchi che rappresenta la piccola vittima e i genitori, a ribadire al contrario che il racconto della bambina sia attendibile e a chiedere dunque la condanna dei nonni. Ed è quello che avviene. La Corte d’Appello, presieduta dal giudice Liviana Gobbi, condanna il nonno a due anni e quattro mesi e la nonna un anno e due mesi. Quest’ultima colpevole di non aver impedito quelle violenze.
La difesa ora guarda alla Cassazione: «Non ci fermiamo – spiega l’avvocato Verona ribadendo l’innocenza dei suoi assistiti –. Anche perché c’è stata una ipocrisia nel giudicante, che per un reato così grave ha dato una pena tutto sommato bassa. Non ci credeva e ha deciso di condannare». (el.pe)
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