Gazzetta di Reggio

Reggio

«I parenti dei mafiosi custodiscono le armi»

di Tiziano Soresina
«I parenti dei mafiosi custodiscono le armi»

Il pm Beatrice Ronchi punta il dito sui porti d’arma al servizio del clan «Iaquinta le diede ai fratelli e poteva contare su quelle del figlio Vincenzo»

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REGGIO EMILIA. «I mafiosi cercano di ottenere il porto d’armi non solo per sè, ma anche per i loro parenti, dipendenti o factotum, così, se hanno problemi, possono tuttavia disporre ugualmente delle armi». Il pm Beatrice Ronchi (nella foto centrale), nella sua requisitoria si sofferma sul gran movimento di bocche da fuoco che riguardano diversi imputati: Giuseppe e Vincenzo Iaquinta, Pasquale Brescia, Alfonso Paolini e Antonio Muto (classe 1955). Li cita per affermare che «tutti, quando la prefettura gli ha revocato il porto o l’autorizzazione a detenere armi, le hanno cedute ai parenti, quindi facciamo attenzione a dire che se l’arma ce l’ha il parente del mafioso la cosca non trae alcun vantaggio». Il magistrato antimafia indica nel poliziotto Domenico Mesiano (condannato in Appello nel troncone bolognese di Aemilia) come una pedina che si adoperava per il rinnovo delle licenze anche in situazioni compromesse come quella di Brescia che aveva sparato con una carabina a un ragazzo che giocava a pallone.

Parlando di Giuseppe Iaquinta, specifica che dal 2002 gli viene vietato dalla prefettura di detenere armi e lui «le ha date ai fratelli che abitano a cinque minuti da casa sua».

Ma nella casa di Iaquinta senior vennero trovate nel febbraio del 2015 le armi detenute legalmente dal figlio Vincenzo, ma che non dovevano essere lì perché lo spostamento non era stato denunciato. La richiesta di porto d’armi era stata giustificata da Vincenzo col fatto di essere «una persona famosa» che si spostava da solo e dal timore di tifosi facinorosi. Il calciatore ha però poi dichiarato di non aver mai portato in giro le armi, lasciate a casa, con cui si divertiva ad andare al poligono. Le successive indagini – sottolinea il pm Ronchi – hanno accertato però che non è mai stato iscritto al poligono di tiro di Reggio Emilia (condizione essenziale per entrarci) nè si è mai esercitato nell’armeria dove ha comprato le pistole, dotata di un poligono interno. «Vincenzo Iaquinta è figlio di un mafioso, ha il porto d'armi ma non nutre interesse per le armi che erano invece nella immediata disponibilità del padre, avendo questi le chiavi di casa del figlio. Questo è un fatto di grande importanza e utilità per l’organizzazione». Per tutto ciò viene contestata agli Iaquinta l’aggravante mafiosa sulla detenzione illegale di armi.

Inquietante l’ultima sottolineatura del rappresentante dell’accusa, citando una ricostruzione fatta da un pentito di ’ndrangheta: «Le armi di attacco sono detenute illegalmente, sono clandestine e buttate via dopo l’uso. Quelle di difesa sono legali, intestate a persone compiacenti che le detengono nell’interesse della cosca».

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