«La lettera a Vecchi fu un vero ricatto»
L’accusa la colloca in una strategia di reazione della cosca al maxi blitz. Per Iaquinta chiesta la condanna pure per calunnia
REGGIO EMILIA. «Abbiamo acquisito una grossa mole di elementi, poi una grossa mano l’hanno data i pentiti e siamo arrivati alla conclusione che dopo il blitz di Aemilia, l’associazione mafiosa è rimasta operativa, colpita ma non affondata».
Con questa premessa il pm Beatrice Ronchi – in una fase della sua requisitoria, spesso e volentieri disturbata dai commenti degli imputati in gabbia, più volte ripresi dal presidente Francesco Caruso – ha illustrato le conclusioni delle indagini della Dda di Bologna dal 2015 ai giorni nostri (culminate con un aggravamento delle imputazioni per chi è accusato di associazione mafiosa), rimarcando un aspetto: «La cosca ha reagito con la strategia dell’intimidazione e ricatto a soggetti privati o istituzionali, al fine di cercare di costringerli a produrre posizioni favorevoli al clan». Cita, come entrate nel mirino della cosca, le cooperative, Enrico Bini, Luca Vecchi e la moglie Maria Sergio.
Parla di «ricatti per piegarli all’interesse della consorteria». Aggiungendo che si è “giocato” su un grande inganno, cioè il lamentare la discriminazione degli immigrati cutresi per nascondere gli ’ndranghetisti operativi sul territorio. Il magistrato si sofferma sulla famosa lettera dell’imputato Pasquale Brescia indirizzata al sindaco di Reggio Emilia – Luca Vecchi – e recapitata dall’avvocato Luigi Comberiati alla redazione reggiana del “Carlino”. Nella requisitoria dice che «il senso della lettera è ricattatorio, con le parentele della moglie del sindaco (Maria Sergio) come sottofondo per incardinare il ricatto stesso». Su questa vicenda il gup – in primo grado – è stato di diverso avviso, assolvendo Brescia e Comberiati, ma la procura antimafia ha impugnato la sentenza. Relativamente a Giuseppe Iaquinta il pm Ronchi spiega come l’imprenditore «ha piena condivisione con i sodali, anche di vertice, nel campo dell’affaristica».
Cita incontri dell’estate del 2011 a casa di Nicolino Grande Aracri, a Cutro, in cui Iaquinta sarebbe stato presente. In una di queste riunioni la decisione di creare, in Emilia, un pool di imprenditori che partecipasse ad appalti in Calabria (le mire su fotovoltaico, eolico, villaggi turistici) finanziati da fondi europei.
E sempre per Iaquinta spunta anche la richiesta di condanna per calunnia aggravata dal metodo mafioso. Il riferimento è l’autodenuncia del 2013 di Iaquinta, all’indomani dell’esclusione della sua azienda dalla “white list” ad opera della prefettura. Aveva chiesto che indagassero su di lui, che non aveva nulla da nascondere: uno degli elementi che aveva fatto decidere la Cassazione per la sua scarcerazione giudicandolo come un atteggiamento collaborativo. Ma la «mossa diabolica» dice la Ronchi gli si è ritorta contro. Il motivo è, in particolare, in un passaggio dell’autodenuncia che per l’accusa integra questo reato, quello cioè in cui Iaquinta chiede, nel caso fosse accertata la sua estraneità al sodalizio criminale, di «esercitare l’azione penale per falso ideologico, abuso d’ufficio e calunnia» nei confronti dell’allora prefetto di Reggio Emilia (Antonella De Miro) e del gruppo interforze che l’affiancava, che nel frattempo aveva spiccato contro alcune aziende di Iaquinta una serie di interdittive antimafia e disposto per l'imprenditore il divieto di detenere armi. Dopo aver citato intercettazioni ed episodi documentati con fotografie dagli investigatori, che attestano i diversi incontri tra Iaquinta e il boss Nicolino Grande Aracri, il magistrato afferma: «Sulla base di tutte le prove raccolte, il mio ufficio ritiene sia emersa in modo evidente la strumentalità di quella autodenuncia, con affermazioni palesemente smentite. Iaquinta si difende in modo attento come è suo diritto – prosegue – ma non c’è alcun elemento confessorio di quel tanto che, se decidesse davvero di collaborare con la giustizia, potrebbe dirci».
E ancora: «Quando si autodenuncia sa che i contenuti dei provvedimenti del prefetto, le interdittive e quelli sulle armi, sono veritieri». Di conseguenza, affonda il magistrato «questa calunnia è del tutto in linea con la strategia della cosca e persegue le finalità del sodalizio emiliano volti a delegittimare il prefetto, i suoi uomini e tutti coloro che in quel frangente stavano legittimamente ponendo in essere un’azione importante nei confronti della consorteria».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google