«Quel centro musulmano non spaventa i sampolesi»
Paola Grazioli, titolare del bar accanto alla nuova sede dell’associazione «Anche se lì pregassero e fosse una moschea, a me non darebbe fastidio»
SAN POLO. A pochi giorni dalle critiche della Lega, che ha chiesto controlli e spiegazioni sull’apertura del nuovo centro culturale musulmano “Speranza e Pace” in via De Gasperi 43 a San Polo, c’è anche chi definisce la questione tutt’altro che problematica.
La vicenda è nata con i dubbi di chi abita nella zona, che ha chiesto spiegazioni al Comune. Poi è arrivata la presa di posizione della Lega, secondo cui a San Polo ci si avvia ad avere, come a Veggia di Casalgrande, un nuovo centro culturale musulmano. Perplessità alimentate anche dai cartelli fatti a mano, poi rimossi, che indicavano il parcheggio accanto ai locali di via De Gasperi, con la frase in arabo che si traduce “khas lil-masjid”, “riservato alla moschea”.
Il sindaco Mirca Carletti ha spiegato che si tratta di una sede con finalità di promozione culturale e sociale e non di un luogo di culto.
Anche il sindaco di Canossa, Luca Bolondi, è intervenuto spiegando che quella stessa associazione musulmana è «presente da tempo sul nostro territorio, ma senza avere una sua sede. Ogni anno, però, ci chiedevano un locale nel periodo del Ramadan. Lo abbiamo sempre concesso e hanno sempre pagato. Non ci sono mai stati problemi di alcun tipo».
In questi giorni, a parte il botta e risposta a livello politico, i sampolesi appaiono tranquilli. A parlare e raccontare ciò che pensa è Paola Grazioli, titolare del bar “New Saint Tropez”, situato accanto alla nuova sede dell’associazione “Speranza e Pace”.
Da quanti anni conosce Morchid Abdelghani, presidente dell’associazione musulmana?
«Morchid e gli altri ragazzi dell’associazione li conosco da più di 20 anni – risponde Paola Grazioli –. Anni in cui li ho visti crescere e lavorare, sempre in mezzo a noi».
Cosa la colpisce di questi ragazzi musulmani?
«Quello che ho sempre detto di loro è che hanno una capacità straordinaria di aiutarsi tra di loro, ma anche quella di darti una mano nel caso di bisogno. Loro sono sempre presenti».
Il suo bar è accanto all’associazione. Questo rappresenta un problema per lei?
«Assolutamente no, anche perché, conoscendoli, sono tranquilla. Si tratta di gente composta ed educata che finora non hanno dato fastidio a nessuno».
Se il locale dell’associazione diventasse un luogo di culto, cioè una moschea, sarebbe un problema?
«A me personalmente non darebbe fastidio. Non vedo perché queste persone non possano pregare il loro Dio. Tra l’altro, il locale è di loro proprietà. Hanno lavorato molto per pulire tutta l’area e ristrutturare il locale. Penso che la questione abbia fini politici. La gente alla fine ha paura solo perché non conosce e non vuole andare oltre».
Come cittadina sampolese, cosa la colpisce in questa polemica?
«Quello che mi colpisce di più è che, una volta uscita questa storia sui giornali, ho beccato gente davanti e dietro il mio bar, e anche nel giardino di casa mia, intenta a fare fotografie alla sede dell’associazione, di nascosto, anche di sera. Questa cosa l’ho segnalata anche ai carabinieri). Anche se fosse un luogo di preghiera, a me interessa che di parli di pace e fratellanza. È come se fossi la mia chiesa. Perciò – conclude Paola Grazioli – il mio motto è vivi e lascia vivere».
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