Le scuse di Valerio a Reggio «La ’ndrangheta fa schifo»
Il pentito apre il suo memoriale con una lettera indirizzata alla città e ai reggiani «Vogliate accettare le mie doglianze più sentite per essere stato un lestofante»
REGGIO EMILIA. «Spero vivamente che tutta la popolazione si unisca in un solo grido più forte delle armi che ieri sparavano a Reggio Emilia e superando quel filo di voce del dico-non dico o vedo-non vedo gridi oggi, perché non è mai tardi: la ’ndrangheta fa schifo, la ’ndrangheta fa schifo, le mafie fanno schifo».
Sono le parole scritte dal pentito di mafia Antonio Valerio in una “lettera di scuse” rivolta ai reggiani. L’ha indirizzata infatti ai giudici del processo Aemilia ma Reggio è il fulcro del suo “reale e concreto pentimento”. «Vogliate accettare le mie doglianze più sentite per aver contribuito ad essere stato uno di quei lestofanti che negli anni ha reso Reggio Emilia da “isola felice” a città di ’ndrangheta».
Al territorio emiliano che lo ha accolto una trentina d’anni fa – anche lui giunto da Cutro per cercare lavoro e insediare malaffare – ha riservato la lunga missiva allegata al memoriale che ha depositato in questi giorni al processo Aemilia. Un centinaio di pagine che contengono le sue annotazioni e gli scritti di uomo di mafia pentitosi nel più grande processo contro la ’ndrangheta al nord, consegnati ora al collegio dei giudici impegnati da una settimana nell’ascolto della requisitoria dei pm della Dda di Bologna, Marco Mescolini e Beatrice Ronchi. Una lettera di scuse con un invito ai cittadini: dite che la ’ndrnangheta fa schifo. Anzi, urlatelo.
«Sono fortemente pentito di quanto ho fatto nella mia vita criminale» dice nell’attacco della lettera messa agli atti anche per corroborare una volta di più il suo pentimento, scritta con un lessico più ricercato e che non gli era proprio. Lui, che più di altri aveva già rimarcato in udienza la “ritualizzazione” dell’affiliazione al clan Grande Aracri. Prima era diventato “sgarrista”, nell’ottobre 2000: poi arrivano altri gradi, cioè “la santa”, “trequartino” e “quartino”. Il rito della “santa” avviene nel 2010 nel capannone di Gaetano Blasco, mentre il “trequartino” è sotto Grande Aracri nel 2011.
Dopo il pentimento, oltre ad essersi intestato almeno un omicidio, Valerio ha quindi i gradi dei quali è stato insignito dalla cosca. Spesso, però, è stato oggetto di scherno da parte dei coimputati nell’aula bunker di Aemilia, che hanno minimizzato più volte le sue parole con derisioni dalle celle allestite a lato dei banchi della difesa. Ma la Dda di Bologna lo ritiene affidabile e dalle sue parole sono già scattati arresti per gli omicidi del 1992 che hanno insanguinato Brescello e Reggio Emilia. Storie mai passate in giudicato nella memoria dei reggiani. «Quanto ho rappresentato è tutto frutto del mio patrimonio conoscitivo di oltre 30 anni di criminalità» scrive nella lettera: «Mi sono macchiato di gravissimi reati di sangue a Reggio Emilia e in Calabria di cui mi sono autoaccusato unitamente ad altri soggetti».
Poi il pentimento e il ravvedimento, dice, rispetto ai «gravissimi fatti di sangue, contro il patrimonio contro le persone che hanno subito la storia criminale ndranghetista di Reggio Emilia». Esorta quindi il presidente del collegio, il giudice Francesco Caruso, a mettere sul piatto della bilancia «le giuste condanne». In questo processo l’architrave è l’associazione di stampo mafioso, la tegola più grossa che pesa sul capo di una cinquantina dei quasi 150 imputati.
«Per questo oggi rappresento voi tutti, e vogliate accettare le mie doglianze più sentite, per aver contribuito ad essere stato uno di quei lestofanti che ha traghettato negli anni Reggio Emilia, da città “isola felice” a città di ’ndrangheta». Si dispiace, poi, per gli omicidi o per averne preso in qualche modo parte. «Mi duole per il dolore che ho causato alle persone a cui ho contribuito direttamente o indirettamente a levare l’amore dei propri congiunti, poiché quel dolore lo conosco personalmente e prego che i reggiani abbiano il rigetto di questo male incurabile: la ’ndrangheta».
Quando, l’8 maggio scorso, ha letto la lettera dalla località protetta nella quale si trova, collegato con l’aula di Aemilia, Valerio ha anche pianto, dando lettura poi di una lunga poesia sempre contro la ’ndrangheta. Un copione insolito, dalla lettera di pentimento fino alle lacrime. Poi lo sfogo al giudice, al quale dice di sentirsi sotto minaccia. «Signor presidente, io mi sono sentito minacciato nelle udienze scorse, sia dalle dichiarazioni di Crivaro sia dalle dichiarazioni di Paolini Alfonso, dove Crivaro oltre a intimidirmi, minaccia. Al confronto mi disse: “impara a parlare”. Da noi dire “impara a parlare” è una cosa brutta, cioè è una minaccia vera e propria, come per dire da noi detto in dialetto: “mparat a parlar”».
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