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san polo, il caso del centro culturale islamico 

Morchid: «Non è una moschea Querelerò chi la chiama così»

Morchid: «Non è una moschea Querelerò chi la chiama così»

SAN POLO. Il presidente dell’associazione Speranza e pace di San Polo, Abdelghani Morchid, dai toni concilianti passa alle avvisaglie e minaccia querele verso chiunque definisca moschea o luogo di...

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SAN POLO. Il presidente dell’associazione Speranza e pace di San Polo, Abdelghani Morchid, dai toni concilianti passa alle avvisaglie e minaccia querele verso chiunque definisca moschea o luogo di culto il centro di via De Gasperi 43 acquistato recentemente dalla comunità islamica. «Quanto riportato da alcuni esponenti politici locali – scrive Morchid in un nota – risulta essere palesemente falso e diffamatorio e per tanto abbiamo dato mandato ai nostri legali di agire con tutte le azioni necessarie a tutelare l’immagine e gli interessi dell’associazione e degli associati». La Lega di San Polo, in primis, in piena campagna elettorale, è avvisata. D’altro canto l’ultima polemica sulla nascita di nuovi centri culturali islamici in zona, dopo lo scontro-confronto sul villaggio musulmano nell’ex macello di Veggia, è nata dalle segnalazioni dei vicini di casa e dalla Lega di San Polo, che hanno diffuso foto di cartelli scritti a mano (poi spariti) con l’indicazione della P di parcheggio accanto ai locali di via De Gasperi e la frase in arabo “khas lil-masjid”, che si traduce “riservato alla moschea”. Dunque moschea o centro culturale? La risposta è arrivata dal presidente Morchid in un’intervista alla Gazzetta di alcuni giorni fa nella quale ha precisato che nei locali di via De Gasperi verranno fatte tante attività, a sfondo sociale, aperte alle confessioni più disparate e «non sarà vietato a nessuno, nelle riunioni, né di cantare, né di pregare: è cultura anche quella». Ma chiamare “moschea” i nuovi locali di San Polo – dopo quelli di Ciano in attività da almeno una quindicina di anni – quello non si potrà fare, pena una denuncia. Nella nota diffusa ieri il presidente di “Speranza e pace” ribadisce le finalità del centro: formazione culturale, gite, raccolte di beneficenza, assistenza alle persone bisognose, educazione dei giovani, sostegno alle vittime di bullismo e alle donne vittime di violenza domestica. Non solo, precisa anche che l’associazione aderisce all’Endas – Ente nazionale democratico di azione sociale – e che «in quanto associazione aderente a un ente registrato, ha pieno diritto di utilizzare la sede che ha in possesso per svolgere presso la medesima tutle le attività previste dallo statuto». Chi ha orecchie per intendere, intenda.

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