Gazzetta di Reggio

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Mano pesante dei pm contro la ’ndrangheta

di Tiziano Soresina
Mano pesante dei pm contro la ’ndrangheta

Chiesti complessivamente oltre 1.700 anni di reclusione e beni confiscati Proposta una sola assoluzione su 148 imputati. Guai in vista per testi falsi

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REGGIO EMILIA. Sono da poco passate le sette di sera quando, in un silenzio di tomba, il pm Marco Mescolini legge velocemente le richieste di pena per una lista infinita di capi d’imputazione, con l’associazione mafiosa come accusa più rilevante (contestati, a vario titolo, anche altri reati come false fatturazioni, usura, estorsione e frode). Si riveleranno richieste severe: oltre 1.700 anni di reclusione, una sola assoluzione prospettata su 148 imputati. E anche per chi – fra gli accusati di associazione mafiosa – ha scelto il rito abbreviato (con sconto di pena di un terzo) sono state comunque chieste condanne dure. Avendo collaborato, mano meno pesante per i due pentiti: Antonio Valerio e Salvatore Muto. L’accusa ha chiesto inoltre la confisca dei beni già sequestrati con provvedimento del gip e, per la maggior parte degli imputati del rito abbreviato, dopo aver espiato la pena la permanenza per due anni in una “casa di lavoro”, misura applicabile ai soggetti ritenuti socialmente pericolosi. Prevista dai pm anche la trasmissione degli atti in Procura relativa ad alcune persone per falsa testimonianza, lasciando ovviamente alla Corte decidere per chi scatterà. Richieste ascoltate dai detenuti in gabbia per lo più a capo chino, senza particolari reazioni, a parte un ironico «bingo!» urlato da un imputato mentre sta uscendo dall’aula-bunker.

SALSI SA DEL CLAN. Riavvolgendo il nastro di questa lunga e caotica giornata, va subito detto che il pm Mescolini ultimando la sua requisitoria si è soffermato a lungo sul capo d’imputazione che riguarda l’imprenditore reggiano Mirco Salsi e l’ormai famosa maxi cifra (1.332.000 euro) che pagò alla bresciana Maria Rosa Gelmi (affinché lo favorisse in un affare, cioè gli appalti sulla distribuzione di cibo nelle mense di alcune carceri italiane) e che si rivelò un bluff, da qui la “mossa” – secondo l’accusa – di recuperare quei soldi chiedendo aiuto all'amico Marco Gibertini che a sua volta lo mise in contatto nel giugno 2102 con Antonio Silipo e Nicolino Sarcone (tutti e tre sono già stati condannati in Appello a Bologna, nel troncone di Aemilia con rito abbreviato). Un’estorsione che il pm antimafia ritiene conclusa il 30 giugno 2012 – in aula vengono fatte sentire o lette le intercettazioni minacciose fra Silipo e la Gelmi – perché tutta quella pressione non portò a nulla per la reazione della Gelmi stessa. E Mescolini ritiene che tutto quanto accaduto dopo (telefonate, sms, incontri con Nicolino Sarcone) sia la prova che «Salsi fosse fin dall’inizio consapevole di avere a che fare con la ’ndrangheta». Salsi versò oltre 300mila euro al gruppo (tramite fatture false) per quel “recupero-crediti”, trovandosi però sempre più pressato: «Salsi cominciò a mandare dei messaggi ad Enrico Bini – sottolinea il pm antimafia – cercando solidarietà, perché entrato in un mondo che non doveva, finché nel luglio 2013 trova il coraggio per fare denuncia in questura».

IL BOSS SELEZIONA I LEGALI. Facendo leva su alcune intercettazioni in carcere, evidenzia come il boss Nicolino Grande Aracri, di fronte agli arresti del maxi blitz 2015 di Aemilia, si diede subito da fare, interessandosi direttamente della scelta degli avvocati difensori e persino di un trascrittore: «Lo abbiamo sempre avuto come trascrittore nostro, dite agli avvocati di chiamarlo, perché l’unico che fa le cose precise è lui». Il professionista in questione – precisa il pm – alla fine non risulta nominato. Ma tutto questo «ha un peso coerente con l’immagine di un gruppo – aggiunge il magistrato – che certamente non ha nel singolo, e nel singolo che si fa i fatti propri, una sua caratteristica».

POLITICA AZZERATA DAL CAPO. Poi Mescolini torna sull’incontro preparatorio della cena agli “Antichi sapori”, avvenuto il 2 marzo 2012 nella palazzina «Salerno tower» (a Pieve Modolena) in cui c’è l’ufficio dell’ingegner Salvatore Salerno. Sempre qui, ma in un locale in disponibilità dei Sarcone, l’ingegnere fu invitato due volte a «scendere» per partecipare ad una riunione con il politico di centrodestra Giuseppe Pagliani, i fratelli Nicolino e Gianluigi Sarcone, Alfonso Paolini, Antonio Muto e Pasquale Brescia. Un episodio che Salerno – sentito come testimone – ha definito casuale e la difesa ha rivendicato a proprio favore, sostenendo che «se era presente anche lui, la riunione non era riservata» o poco chiara. Invece il pm dà una lettura diversa: «Non abbiamo riflettuto a sufficienza sul fatto che qui scende in campo non altri se non il capo, Nicolino Sarcone in prima persona e lo fa per far vedere al politico che appartiene ad una certa parte (Pagliani) che lui è in grado di far scendere anche un esponente di quella che è ritenuta una parte avversa (Salerno che nei suoi eventi ha rapporti con le amministrazioni di centrosinistra). È una dimostrazione di potere di fronte a Pagliani, non un incontro casuale. D’altra parte il luogo della riunione si chiama “Salerno tower”, indice di un personaggio che non è secondario e che, la prima volta che è stato chiamato a testimoniare, ha presentato richiesta di giustificazione perché stava organizzando un evento importantissimo in Sala del Tricolore».

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