Rito abbreviato, lama a doppio taglio
La scelta (che mirava a uno sconto) di 24 imputati di associazione di stampo mafioso rischia di rivelarsi un boomerang
REGGIO EMILIA. Maledetto abbreviato. Maledetto perché la scelta, fatta ai primi del marzo scorso da parte di 24 imputati, di optare per l’abbreviato a caccia di sconti di pena, si sta rivelando un’arma a doppio taglio.
È quanto devono aver pensato la maggior parte degli avvocati e degli imputati che, martedì sera, hanno ascoltato le richieste dei pm della Dda di Bologna Beatrice Ronchi e Marco Mescolini nel maxiprocesso contro la ’ndrangheta Aemilia; quest’ultimo ha concluso in tarda serata la requisitoria, durata tre udienze, con le richieste di condanna da far tremare i polsi. La scelta dell’abbreviato, che ha spezzato in due tronconi il procedimento dopo l’aggiunta delle accuse post 2015, ha fatto toccare con mano il paradosso.
Era ampiamente annunciato che i pm avrebbero sparato alto – in virtù anche dello sconto di un terzo previsto dall’abbreviato – tenendo elevata l’asticella dei desiderata per il reato al capo 1 (416 bis, associazione a delinquere di stampo mafioso, aggravato), con richieste che vanno in media dai 12 ai 18 anni (in soli due casi, per i pentiti Salvatore Muto e Antonio Valerio, ci si abbassa rispettivamente a 8 anni e 10 anni, per ovvi motivi premiali). Ma così, ad eccezione dei pochi imputati incasellati in un solo rito (come ad esempio Alfonso Paolini, solo in abbreviato, richiesta 16 anni), chi si ritrova in questo momento sia in ordinario (per i reati fine e per i reati comuni aggravati dal metodo mafioso) sia in abbreviato (per la sola associazione) è davanti a prospettive di condanna esorbitanti e, soprattutto, davanti a due salite anziché una sola.
Un esempio tra consanguinei: Nicolino Sarcone, il capo di Villa Mannaia da Bibbiano, che in abbreviato a Bologna è stato condannato a 15 anni più tre anni di libertà vigilata (il 22 aprile 2016, insieme ad altri 71 imputati, i vertici della presunta cosca), rischia di cavarsela con molto meno del fratello Gianluigi, per cui è stato proposto 18 più 18, totale 36 anni. Altro esempio, meno di spicco: per Gaetano Blasco sono stati chiesti 26 anni e 6 mesi in ordinario e 16 anni in abbreviato, per un totale di 42 anni.
«Non si può fare una semplice sommatoria poiché si tratta di due sentenze diverse, indipendentemente dal fatto che in questo caso è lo stesso tribunale collegiale a decidere – spiega l’avvocato Gregorio Viscomi, difensore del boss Nicolino Grande Aracri che in Aemilia difende quattro imputati, tra i quali Pasquale Brescia e Giuseppe Macrì – Il discrimine è l’emanazione di due sentenze diverse, che avranno un iter differente».
Esiste poi un altro tema, che è quello della massima pena prevista per un delitto: secondo il nostro ordinamento giuridico il limite è 30 anni, equivalenti all’ergastolo. Una figura come Palmo Vertinelli, considerato il bancomat della cosca – sempreché le richieste dell’accusa vengano accolte – potrebbe essere condannato a 16 anni e 6 mesi in ordinario e 14 in abbreviato (oltre 30 anni per associazione e reati per lo più fiscali). «Ipotizziamo che una persona sia imputata davanti a cinque diverse autorità giudiziarie, che sfociano in cinque diverse sentenze di condanna e la somma di queste cinque superi i 30 anni: possibilissimo. Resta però una pena astratta. Con calcoli e sconti dalle infinite variabili». I difensori potranno dare battaglia nei prossimi giorni e tentare la continuazione dei reati, dopo che una delle due sentenze sarà diventata irrevocabile. La palla adesso passa ai legali, che difatti ieri erano per la maggior parte in studio chini sulle sudate carte, a sezionare gli atti ed affilare le armi in vista delle loro arringhe (tra maggio e giugno), con un occhio al dopo.
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