Falbo, da imputato a prima parte civile
L’imprenditore dell’affare Sorbolo è tra le poche persone fisiche a chiedere un risarcimento: tre milioni di euro
REGGIO EMILIA. Dopo una lunga lista di enti locali e nazionali, nonché associazioni, l’ultimo a costituirsi parte civile nella sessione mattutina del maxiprocesso Aemilia è stata una persona fisica: Francesco Falbo. A prendere la parola per il suo assistito è stato l’avvocato difensore Franco Mazza, che ha chiesto un risarcimento danni pari a 3 milioni di euro, una provvisionale di 300mila euro e il pagamento delle spese processuali a carico dei seguenti imputati: Giuseppe Giglio, Giuseppe Pallone, Salvatore Cappa, Agostino Donato Clausi, nonché Michele Bolognino e i Sarcone come “mandanti”. Tutti costoro – ma sono in tanti, nel tempo, ad avvicendarsi nell’intricata gestione, tra i quali, secondo l’accusa, lo stesso boss Nicolino Grande Aracri – sono stati coinvolti nell’affare Sorbolo, ritenuto dagli inquirenti una vicenda esemplare del metodo mafioso, sia per la genesi sia per il tentativo di intimidire e indottrinare la vittima, lo stesso Falbo. L’imprenditore sorbolese originario di Cutro, che ha acquistato un lotto di terra per 800mila euro, nel 2007 entra in contatto con i fratelli Giulio e Giuseppe Giglio, che si propongono insieme ad altri come soci per offrirgli liquidità e realizzare 40 appartamenti. I soci che si è messo in casa si rivelano ben presto inaffidabili: assegni di dubbia provenienza da Cutro, materiali del tutto inutili che vengono portati in cantiere (dagli pneumatici al gasolio, dalle piastrelle agli infissi, perfino camion di sabbia scadente). Quando, complice la crisi del mercato immobiliare, i conti cominciano a non tornare, i “soci” prendono il sopravvento sul malcapitato Falbo, costretto a pagare mazzette, apporre firme cedendo pian piano quote e società, fino al recapito di una busta con quattro proiettili: «Guarda che noi le cose le risolviamo alla calabrese, non pensare che tu te le risolvi alla parmigiana! Stai attento a quello che fai!».
Per Falbo inizia una voragine da incubo, aggravata dal fatto che il cutrese è terrorizzato e teme per la vita sua e dei familiari. Alla fine è rovinato: le sue sei società (secondo l’interessato per un valore di 15 milioni di euro) vengono scippate e cannibalizzate prima che il complesso edilizio di Sorbolo finisca sotto sequestro.
Anche nell’evoluzione giudiziaria la vicenda di Falbo è particolare. In rito abbreviato a Bologna l’imprenditore figura tra i 117 imputati, accusato di reimpiego di denaro ed estorsione; la sua richiesta di patteggiamento viene respinta perché ritenuta non congrua e da due anni è in attesa di una nuova udienza preliminare, a Bologna. In rito ordinario ad Aemilia Falbo, parte civile, ricompare nel gennaio scorso in occasione dell’arresto di Carmine Sarcone, fratello minore di Nicola e Gianluigi, che secondo gli atti ha consegnato a Falbo un file audio contenente i “consigli” (non eludibili) di Gianluigi Sarcone su cosa dire durante la deposizione. È la celebre testimonianza del 7 gennaio 2017, quando Falbo ritratta e si contraddice; testimonianza che poi rettificherà, venendo bollato come “infame”. «Il mio assistito ha subìto minacce e intimidazioni per anni, vivendo nel terrore – commenta l’avvocato Mazza – La richiesta risarcitoria è perfino contenuta».
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