La moneta senza barriere nell’Europa dei nostri figli
REGGIO EMILIA. Sono felice di avere una figlia europea. E non solo miseramente italiana. Talvolta la immagino adulta viaggiare da Roma a Berlino (o Parigi o Madrid o Bruxelles o Dublino), spostandosi in un’unione senza barriere. Stare nell’Euro è durissima. Almeno quanto la fatica di affrontare ogni giorno la realtà che ci circonda. Ma l’uscita sarebbe un disastro del quale ci accorgeremmo troppo tardi, come un sogno che, quando ci si sveglia, diventa più crudele del peggior incubo. Che l’Italia – è scritto nella sua storia e nel suo destino – capirebbe solo a disastro avvenuto, svegliata da una caduta in un precipizio molto più profondo dell’altezza del letto nel quale sta dormendo. Illusioni.
FUTURO (IN)CERTO. L’Italia non si ferma a Savona. E se – come pare – governo Cottarelli sarà, anche il M5s ringrazierà Mattarella. Quantomeno perché lo ha svincolato dall’abbraccio letale della Lega, restituendogli l’opportunità di riprendere l’originaria narrazione fatta di guerra a establishment, casta e inciuci. A meno che non riconosca, finalmente, che la politica è arte della mediazione. E che l’inciucio è espressione dell’arte retorica. Sarebbe un sorprendente segnale di crescita vera, ma dal prezzo altissimo: perdere elettori a vantaggio della Lega, pronta a cavalcare ulteriormente la mistificazione anti-europeista. Uno snaturamento per il M5s avvenuto già in queste settimane, quando hanno chiamato l’inciucio “contratto”. Ancora la retorica che prende il sopravvento sulla politica.
ALLONS ENFANT. Il risultato? Fine dell’incarico a Conte, di fatto mai nominato da Mattarella: una scelta sofferta e forzata, ma che rientra nell’ambito dei poteri che gli sono attribuiti dalla Costituzione, secondo quanto previsto dagli articoli 87 e 92, invocati da chi difende il suo operato molto più a ragione di quanti si appellano scompostamente all’articolo 90, chiedendo l’impeachment. Non sono scenari del tutto inediti per la politica italiana. Ma la fine del mai-nato governo Conte celebra anche l’addio alla subitanea metamorfosi del M5s, tornato già a mostrare grugno e denti, fino al paradosso di invocare una sorta di marcia su Roma come nuova Resistenza, dimenticando che i partigiani – quelli veri – contro chi marcia su Roma hanno sempre combattuto. Gli stessi partigiani che, ancora oggi, quando sfilano lo fanno per un concetto di libertà ben più complesso del “fare quello che si vuole”: una libertà garantita dalla Costituzione stessa e dal suo sistema bilanciato di poteri. È questione di forma. È questione di contenuti.
GRANDE PAESE. Il sistema istituzionale italiano, in questa sua fase di massima crisi, ha in realtà mostrato una straordinaria forza, risultando addirittura più solido di quanto si potesse immaginare. Nonostante una legge elettorale indecente. Il motivo? Sicuramente non risiede nel fatto che non abbia restituito un vincitore certo: il Rosatellum bis ha solo fotografato l’effettiva situazione del Paese, partiticamente frammentato. Il problema del Rosatellum bis, semmai, si trova nelle pluri-candidature, che consentono ai partiti di garantire elezioni certe a candidati di loro piacimento, limitando così le possibilità di scelte degli elettori. Questo è un problema costituzionale – non di poco conto – al contrario dei legittimi, doverosi, necessari e auspicabili accordi parlamentari per formare un governo che riesca a ottenere la nomina del Capo dello Stato: accordi che rappresentano, e dovrebbero rappresentare, la normalità parlamentare.
ITALIA SÌ, ITALIA NO. Quand’anche si tornasse al voto – difficile che lo si faccia in tempi brevi ora che i parlamentari hanno preso case in affitto a Roma (che fanno, pagano pur lasciandole vuote, senza garanzia di ricandidature per tutti?) – ci sarà in ogni caso un inquilino al Colle che conosce le regole del gioco meglio di chiunque altro. E che, da saggio democristiano, eviterà che il popolo torni a scegliere per sempre Barabba. Non è questione di un partito o di un altro. Si tratta di difendere il popolo italiano dai più bassi istinti che lo attraversano, deviando nel populismo. È il suo compito di Capo dello Stato, che rappresenta l'unità nazionale e che – occorre ricordarlo – ratifica i trattati internazionali.
CURRICULUM. E il Pd, perennemente in lite? Cottarelli non è uomo di Renzi, che lo ha trasferito dal suo incarico di commissario della Spending Review dove lo aveva messo il suo predecessore, Enrico Letta, per rispedirlo al Fondo Monetario internazionale. In campagna elettorale, il nome di Cottarelli è stato espressamente gradito da Lega e Forza Italia, apprezzato dal M5s, ignorato (se non ostacolato) dal Pd renziano. Gradimenti ora ribaltati, per il semplice motivo che l’indicazione del suo nome è arrivata dal Capo dello Stato. Potere della moral suasion, nel bene e nel male. Scegliendo Cottarelli, Mattarella ha messo tutti i partiti in riga, rendendo evidenti le strumentalizzazioni di queste settimane. E chiamando tutti, allo stesso modo, a una presa di responsabilità ben più ampia degli interessi dei partiti stessi. I partiti? Una pessima figura, nessuno escluso.
TESTA O CROCE. Quanto successo al Quirinale l’altra sera, in fondo, non è altro che “Una sera come tante”: «Da quanto ha nome bontà la paura?», scriveva nel 1965 nella sua poesia Giovanni Giudici. E ancora: «C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà». È il prezzo del futuro, nostro e dei nostri figli: una sola moneta, che non si trasformi in una moneta sola.
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