Gazzetta di Reggio

Reggio

«Faceva le false fatture per giocare i soldi a poker»

«Faceva le false fatture per giocare i soldi a poker»

Carmine Belfiore è difeso anche dalla sorella: «Una testa calda, non un mafioso» L’avvocato Pisanello: «Nelle intercettazioni non c’è prova che fosse un affiliato»

3 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. La parola ai difensori per le arringhe si apre con una decisa rivendicazione della dignità professionale.

Lo fa l’avvocato Carmen Pisanello che tutela Carmine Belfiore, su cui ora pesa una richiesta di condanna per 23 anni di cella. «La pressione mediatica è tale – s’infervora il legale – che sembra quasi che le parole dell’avvocato difensore, contrapposte a quella della Dda e dei testimoni che sono intervenuti, debbano avere un peso diverso da quelle dell’accusa. Sembra che in questo processo l’avvocato è difensore della ’ndrangheta, ma non è così: è difensore dei diritti degli imputati a cui viene contestato il 416 bis, il reato di associazione mafiosa».

Poi specifica: «Ho letto articoli che parlano di frizioni della difesa con i giudici. Sottolineo che non c’è alcuna frizione».

Quanto agli specifici capi di imputazione di cui Belfiore è accusato (estorsioni, usura e false fatturazioni) la linea difensiva è la stessa di quella espressa dall’imputato in aula, che ha ammesso di aver fatto fatture fasulle, motivandole con il fatto di avere il vizio del poker e non a vantaggio della cosca. «I soldi delle false fatture erano di Belfiore – rimarca il difensore – che li utilizzava per se stesso e per barcamenarsi nell’ambito della famiglia. E ci vuole qualcosa di più di false fatture per dimostrare che Belfiore era un affiliato. Non troverete nelle intercettazioni una prova che lui sapesse cosa ci fosse a monte, era una cassa continua ma senza alcuna partecipazione all’ideazione di operazioni complesse. Gli interessava solo monetizzare per sè il 5% dell’operazione».

L’avvocato Pisanello parla di incongruenze e non credibilità di quanto detto sul suo assistito dai pentiti Antonio Valerio e Salvatore Muto. E va all’attacco dell’aggravante mafiosa: «Le intercettazioni sono la prova che Belfiore non ha partecipato a riunioni, ha solo rapporti con Floro Vito e Giglio». Contesta l’esistenza dell’associazione mafiosa: «Il vincolo associativo si traduce in forza intimidatrice, ma qui non è provata e non è sufficiente il timore che ci sarà».

Accalorata – a ruota – l’arringa di Carolina Belfiore che è sorella dell’imputato: «Mio fratello, dai 18 anni in su, è stato una testa calda, sempre arrestato in flagranza di reato o quasi. Stavo preparando l’esame di procedura penale quando abbiamo subìto una perquisizione in casa. Tutta la nostra famiglia si è sempre dissociata dalle sue azioni, abbiamo cercato di allontanarlo da certe persone. Dal 2004 ha però messo la testa a posto, resta il vizio del gioco e viene seguito dal Sert. Uno spendaccione che dobbiamo seguire».

Sull’aggravante mafiosa: «Non vi è nessun riscontro probatorio relativamente alla sua partecipazione all’associazione mafiosa. Carmine è un mero esecutore di ordini che mette a disposizione dei soldi, fa le file in Posta per incassare, ma quei quattrini erano per sè, non proventi per la consorteria. Conosce i fratelli Sarcone, ma solo perché sono cresciuti insieme e condividevano lo stesso bar. Se fosse stato un sarconiano – sottolinea – le fatture fasulle le avrebbe fatte con Sarcone e non con terzi soggetti».

Chiesto anche il dissequestro della casa dove l’imputato vive con la famiglia e di cui l’accusa ha chiesto la confisca. È il “quadro” difensivo di un uomo debole, ma non affiliato alla mafia.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google