Reggio Emilia, il racconto dell’anziana rapinata in casa: «Con una mano mi stringeva il collo, con l’altra mi tappava bocca e naso»
Gisela Paulus rivive la drammatica rapina subìta da due banditi: «Ho avuto paura che mi ammazzassero»
REGGIO EMILIA. «Uno mi teneva ferma per le spalle, l’altro con una mano mi stringeva il collo e con l’altra mi tappava bocca e naso. Non riuscivo a respirare. Ho avuto paura di morire. Davvero una brutta avventura».
Gisela Paulus, 80 anni compiuti ad aprile, è una donna esile che non dimostra affatto la sua età. Nel primo pomeriggio di ieri era in casa, al quinto piano di via De Gasperi 15, insieme alla figlia Sylvia Ravanetti, ancora scossa per l’accaduto.
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La figlia, allertata dai vicini, appena ha saputo della rapina si è precipitata a casa, lasciando il lavoro all’Unipol di viale Piave per stare vicino alla mamma, che porta ancora su di sé i segni dell’aggressione: un graffio alla guancia sinistra («non so come me lo abbiamo inferto, è stato tutto troppo veloce, me ne sono accorta solo dopo»), ematomi sui polsi di entrambe le braccia, soprattutto due evidenti ecchimosi alla nuca, provocati dallo strappo violento della catenina.
«Stamattina (ieri, ndr) sono uscita per andare a fare la spesa, ogni giorno esco a quell’ora a piedi. Mi sono recata al Sigma, poi dal giornalaio e infine al bar a prendere un caffè – racconta Gisela – Quando sono arrivata davanti al portone, ho visto quei due individui e ho pensato subito: “Che facce poco raccomandabili, è meglio che entri in casa il prima possibile”. Ma loro sono stati più rapidi di me».
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I due malviventi, con accanto le biciclette, l’hanno osservata con insistenza, tanto da destare subito sospetti nella signora, che li descrive come «bianchi, sui 40 anni, vestiti in pantaloni e t-shirt, con la faccia larga, i capelli scuri e la barba incolta. Davano un’impressione di trasandatezza», ricorda la signora, reduce da una lunga seduta in questura dove ha visionato centinaia di fotografie, ma senza riconoscere nessun pregiudicato.
Tornando a quei terribili istanti, Gisela, davanti al portone d’ingresso con l’inferriata blu, ha appoggiato le borse della spesa per terra e ha introdotto la chiave. «Uno mi stringeva la mano da dietro come una morsa sul collo, chiudendomi la bocca. Avrei voluto gridare, ma non riuscivo. Quello che mi teneva mi ha spinto dentro l’androne, mentre l’altro mi ha strappato la catena d’oro e mi ha sfilato la fede al dito».
Tutto si è svolto in pochi, interminabili secondi, nel silenzio più assoluto: «Non hanno detto una parola».
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Fino alla fuga dei due, «mai visti prima», che hanno lasciato l’80enne in piedi, sorpresa e annichilita. «Il fatto strano è che nella colluttazione mi è caduta la borsa (contenente documenti, bancomat e 50 euro), gli occhiali da sole e pure le chiavi di casa: potevano usarle per entrare in casa. Ma i banditi non hanno toccato nulla. Erano interessati solo all’oro. Era gente che sapeva cosa fare, di una velocità incredibile: evidentemente l’avevano già fatto altre volte», commenta la vittima dell’agguato.
Quest’ultima non si capacita di come si possa fare del male a una persona per un bottino così misero.
«La collana e la fede avevano per me un valore affettivo, erano un ricordo di mio marito, ma il valore reale è irrisorio: non so, saranno 200 euro. Bisogna essere pazzi per rischiare così tanto per così poco».
Gisela Paulus, originaria di Berlino, è vedova di Ravanetti, un industriale scomparso decenni fa che era proprietario di una fabbrica di macchinari per dolciumi nella zona industriale di Calerno di Sant’Ilario. Gisela vive alla Pappagnocca, insieme a figlia, al genero e al nipotino, da almeno trent’anni.
«E non mi è mai capitato un agguato del genere. Qui ci conosciamo tutti». Tant’è che, dopo l’intervento del vicino incappato anch’egli nei rapinatori, «lui e la moglie sono stati così gentili da acccompagnarmi nell’appartamento, avvisando il 113 e mia figlia. Io ero come paralizzata».
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