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Macrì si difende con la casa della Sergio

Macrì si difende con la casa della Sergio

La vendita per 242mila euro come prova delle risorse investite da lui, e non dal clan, al “Cenacolo”

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REGGIO EMILIA. Anche se incidentalmente, ieri in aula si è di nuovo parlato della discussa casa di Masone acquistata da Maria Sergio (moglie del sindaco di Reggio Emilia) nel 2012 da un imputato di Aemilia, cioè Francesco Macrì, amministratore unico della ditta edile M&F General Service srl.

Nel 2016 a far scatenare le polemiche politiche il M5s: si era chiesto come mai la Sergio e il marito Luca Vecchi non si fossero “autodenunciati” per il fatto di aver comprato casa anni prima da un imprenditore poi coinvolto nell’inchiesta di ’ndrangheta o come mai due professionisti del loro calibro non si fossero accorti di nulla. Una bufera abbattutasi – con richiesta di dimissioni – su Vecchi, la moglie (dirigente fino al settembre 2014 del servizio pianificazione del Comune di Reggio Emilia e ora dirigente urbanistico del Comune di Modena) e di Graziano Delrio (all’epoca della compravendita ancora primo cittadino).

E il M5s oltre a dar battaglia in consiglio comunale, si rivolse alla Sergio chiedendo che mostrasse ai giornalisti i documenti (fatture e pagamenti) sui lavori di completamento della casa acquistata al grezzo. Ironia della sorte, ieri quell’immobile ha fatto buon gioco alla difesa di Macrì, che ha chiesto di assolverlo «perché il fatto non sussiste».

Il difensore Carla Nicoletta ha specificato che la casa di Masone fu comprata per 242mila euro da Maria Sergio dalla società di Macrì, per poi citare l’atto di compravendita registrato da un notaio. Vendita ricollegata alle accuse mosse a Macrì per un’altra sua attività imprenditoriale, cioè la gestione del ristorante di Montecchio, “Il cenacolo del pescatore” (ex “Millefiori”), considerato dagli investigatori una delle «lavatrici» di denaro sporco della cosca cutrese, in cui Macrì sarebbe stato un prestanome e il boss cutrese Nicolino Grande Aracri un socio occulto.

Tesi accusatoria che i periti contabili sostengono, rimarcando che Macrì non disponesse delle risorse necessarie per avviare il ristorante ed è qui che l’avvocato Nicoletta ha eccepito come nel 2012, dalla casa venduta alla Sergio più un’altra compravendita, l’imprenditore avesse incassato circa 700mila euro che aveva girato a se stesso, investendo quindi risorse proprie – e non del clan – nel ristorante.

Inoltre, considerato che l'attività ebbe poco più di un anno di vita, il difensore obietta: «È un dato certo che il ristorante si sia dimostrato un fallimento. Se un capoclan avesse davvero voluto investire, l’attività non sarebbe stata così limitata nel tempo e l’andamento ben più proficuo». Risulta infine «inverosimile» per il legale la ricostruzione fatta dal pentito Giuseppe Giglio: racconta di un incontro a casa di Grande Aracri in cui il boss si informò del rendimento del “Cenacolo”. Giglio colloca l’episodio a maggio del 2012, mentre il ristorante aprì solo il mese seguente.

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