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«Reggio filiale della holding ’ndrangheta»

di Tiziano Soresina
«Reggio filiale della holding ’ndrangheta»

A differenza del legale di Valerio, il difensore del pentito Muto conferma le rivelazioni del suo assistito sulla cosca

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REGGIO EMILIA. Due imputati – Antonio Valerio e Salvatore Muto – divenuti collaboratori di giustizia nel corso del maxiprocesso Aemilia, ma a questo punto annotiamo due arringhe decisamente agli antipodi da parte dei rispettivi difensori.

Martedì l’avvocato Alessandro Falciani ha smentito il pentito Valerio (cioè il suo assistito) e con un approccio giuridico ha smantellato la descrizione dell’associazione mafiosa emiliana con epicentro Reggio Emilia, ritenendo che si tratti di «una semplice associazione a delinquere se non addirittura un concorso di persone nei reati». Di tutt’altro tenore ieri mattina l’arringa – in certi tratti anche accalorata – dell’avvocato Adriana Fiormonti che assiste Muto.

’NDRANGHETA AL NORD. Parla senza tanti giri di parole di ’ndrangheta: «Il processo Aemilia ha acceso un faro sul territorio che non aveva capito cosa stesse accadendo – sottolinea il legale – cioè che la ’ndrangheta dei Grande Aracri è una holding con base a Cutro e con società collegate nel Nord, ciascuna con un responsabile a capo e ciò riguarda Reggio Emilia, Parma, Mantova. L’ha detto chiaramente Muto, ma lo dicono anche gli altri pentiti». Poi, riportando quanto detto dal suo assistito nei verbali riempiti a più riprese davanti alla Dda e nella deposizione in aula, il difensore entra più nei dettagli: «’Ndrangheta che in Emilia sfruttava la forza dell’appartenenza alla casa madre. E qui non aveva bisogno di mettere paura ma si voleva mimetizzare perché lo scopo non era quello di controllare il territorio ma infiltrarsi nel tessuto economico-finanziario, nelle società per cui avevano interesse, avvicinarsi alla politica, integrarsi organizzando delle feste. Non c’è più bisogno dei riti d’affiliazione per mantenere l’omertà nel clan. Non più guerre, ma commistione con le aziende per poi dividersi i soldi degli affari. Muto – rimarca – è stato genuino e ha avuto nelle sue dichiarazioni un carattere innovativo, portando importanti elementi di contesto».

I RISCONTRI. D'altra parte, aggiunge l’avvocato «sotto il profilo probatorio la requisitoria dei pubblici ministeri è stata chiara, puntuale ed attenta, e tutte le prove raccolte dalla Dda danno riscontro di quanto affermato dal mio assistito».

Evidenziate anche le motivazioni alla base della decisione di pentirsi concretizzatasi a partire dal 2 ottobre 2017 e la cui attendibilità ha già portato il Servizio Centrale ad avviare un piano di protezione.

PERCORSO DI LEGALITÀ. Una decisione per il difensore coerente col fatto che Muto «è passato dall’omertà alla parola e si è consegnato allo Stato. Ha scelto di stare dalla parte dello Stato e non l’ha fatto perché ha una condanna, ma in quanto vuole che i suoi figli, anche se moglie e figli l’hanno abbandonato, vivano lontano da dinamiche di ’ndrangheta. Ha voluto entrare in un percorso di legalità. Nei 180 giorni della collaborazione ha rappresentato la verità, perché lui era un partecipe della ’ndrangheta, partecipava ai summit, era l’uomo di fiducia di Francesco Lamanna».

Un atto di coraggio, interrompendo il vincolo d’omertà. Insomma – viene rimarcato nell’arringa – scegliendo di collaborare ha dimostrato «un distacco completo dall’associazione mafiosa e dalle sue regole, un riconoscimento pieno delle leggi dello Stato e non ha fatto alcun tradimento».

In chiusura l’avvocato Fiormonti, per il collaboratore di giustizia, ha chiesto «l’applicazione dell’attenuante speciale della collaborazione e il minimo della pena» per i capi di imputazione pendenti su Muto nel rito abbreviato, mentre l’assoluzione – in linea con quanto chiesto dall’accusa, per il reato di «detenzione illegale di armi e munizioni» – nel procedimento ordinario.

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