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«Chi non contrasta la mafia è un traditore della patria»

di Jacopo Della Porta
«Chi non contrasta la mafia è un traditore della patria»

Il sociologo Nando Dalla Chiesa: «Mio padre Carlo Alberto da prefetto aveva contro tutti i poteri locali» E sulle personalità che anche a Reggio hanno frequentato i mafiosi: «Hanno abdicato al loro ruolo»

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REGGIO EMILIA. «Quando mio padre era prefetto a Palermo aveva contro tutti i poteri locali. Contemporaneamente il suo collega di Catania andava all’inaugurazione del salone automobilistico di Nitto Santapaola». Nando Dalla Chiesa, figlio del generale dei carabinieri e prefetto Carlo Alberto, ucciso dalla mafia nel 1982, fotografa così «il diverso modo di stare nelle istituzioni» da parte di uomini dello Stato. Un esempio che calza anche per la provincia di Reggio, dove ci sono persone come l’ex prefetto Antonella De Miro che hanno squarciato il velo che nascondeva il radicamento malavitoso, mentre altre, anche all’interno delle istituzioni, non hanno avuto lo stesso senso del dovere. Dalla Chiesa, che insegna Sociologia della criminalità organizzata a Milano ed è presidente onorario di Libera, giovedì ha partecipato a un incontro sul tema della legalità a Castelnovo Sotto, organizzato dal candidato sindaco del Pd Francesco Monica.

Professore a Reggio Emilia alcuni imputati del processo Aemilia frequentavano persone in vista della società civile, del mondo economico e delle istituzioni. Non è una novità ma fa un po’ di effetto.

«La vera forza della mafia sta fuori dalla mafia. Sta nella debolezza altrui, nella permeabilità degli ambienti che dovrebbero contrastarla, che non sentono il dovere che deriva dal loro ruolo. Queste persone, che hanno frequentato i mafiosi, hanno abdicato al loro ruolo. Si può persino parlare di traditori della patria».

La storia della malavita organizzata al Nord è una storia di sottovalutazioni. Penso a un prefetto che a Milano pochi anni fa diceva che la mafia non esiste, quando la presenza è documentata dal primo Dopoguerra. Reggio Emilia non fa eccezione.

«La sottovalutazione è avvenuta ovunque. Nella stessa Palermo, a Catania, in Calabria, poi al Nord, a Milano, Torino, in Emilia. Possiamo andare anche all’estero, in Germania, dove i mafiosi stanno facendo grandi investimenti, forti proprio di questa sottovalutazione. C’è qualcosa di psicanalitico nella società e nel potere che impedisce di vedere questo male. Un male che non si vuole riconoscere e che non aggredisce la società dall’esterno. La mafia non è il terrorismo, è qualcosa che cresce internamente. Si tratta di qualcosa che sa portare voti, soldi, si mette in contatto con gli interessi legali. Rendersi conto di questo vuole dire guardarsi allo specchio e trovarsi brutti. La sottovalutazione è una costante, di cui poi si paga il prezzo».

La politica si è dimostrata un po’ ovunque permeabile.

«Basti pensare a Ostia dove la classe dirigente ha scoperto che gli Spada e i Fasciani non erano frequentabili ma ha avuto bisogno delle inchieste televisive e della magistratura. Da sola non ci arrivava a capire con chi fosse alleata e facesse affari. È un meccanismo che si ripete sempre. Spesso sono stati i politici a cercare queste persone».

Quando un territorio si scopre infiltrato la reazione è spesso quella della negazione della realtà. Da una parte c’è l’umiliazione, di scoprirsi meno eccellenti di quanto si pensava. Dall’altra c’è la volontà di allontanare da sé le responsabilità o di evitare le strumentalizzazioni politiche.

«Non bisogna avere paura delle strumentalizzazioni politiche, le strumentalizzazione si affrontano affrontando i fatti che accadono, facendosi protagonisti della riscossa, del riscatto. Le eccellenze Reggio le aveva e alcune le ha ancora. C’era l’idea che la mafia potesse crescere dove c’è l’emarginazione e lo squallore e non dove ci sono le scuole migliori del mondo, dove esiste un grande spirito partecipativo. Da un punto di vista sociologico abbiamo imparato che la mafia sa entrare anche in questi contesti».

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