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Ora la pet therapy è entrata alla Pulce

Ora la pet therapy è entrata alla Pulce

Sperimentazione nella sezione femminile. Il veterinario Catellani: «Il labrador Emma limita l’aggressività delle detenute»

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REGGIO EMILIA . L’afflizione e la rabbia di un carcerato possono essere alleviate da un bel cagnone che gli faccia le feste scodinzolando, lasciandosi accarezzare e manifestandogli affetto. Lo sanno, per esperienza diretta, le sette detenute e i tre trans rinchiusi nella casa circondariale di via Settembrini. Da febbraio ricevono ogni settimana con grande piacere la visita di Emma, un Labrador nero di sei anni specificamente addestrato per la pet therapy da Marco Catellani, medico veterinario che insegna scienze, igiene e cultura sanitaria nella sezione carceraria dell’istituto Galvani Iodi.

È stata sua l’iniziativa di proporre alla direzione carceraria il progetto sperimentale “Emozioni dietro le sbarre”, che si concluderà a fine giugno. «Al mattino – riferisce Catellani – tengo le mie lezioni nell’ala maschile, che è molto più affollata. L’attività con la cagna ho scelto di condurla al pomeriggio nell’ala femminile e in quella dei trans perché nella fase iniziale dovevo avere un numero limitato di persone a cui sottoporre il progetto. Mi riprometto, però, di estenderlo in futuro anche ai maschi e all’articolazione per la salute mentale (ex-Opg)».

L’esperimento, a quanto pare, sta funzionando. «Lo scopo – spiega – è aumentare l’autostima dei carcerati e diminuirne l'aggressività. Le loro condizioni iniziali sono state valutate con due test psicometrici, che ripeteremo alla fine per verificare le variazioni ed elaborare un resoconto statistico. Intanto, però, si notano il miglioramento dell’umore e l’accorciamento delle distanze tra i soggetti e il cane, che fa vincere anche la diffidenza nei confronti di un estraneo, quale io sono».

In questo caso è improprio parlare di pet therapy o zooterapia, poiché i soggetti a cui si rivolge non sono malati di mente, epilettici, autistici e disabili per i quali la si pratica da fine Settecento. «Si tratta – chiarisce Catellani – di un’attività assistita con animali, che si distingue dall’educazione assistita con animali da svolgere nelle scuole e dalle vere e proprie terapie assistite con animali, nell’ambito complessivo degli interventi assistiti con animali. In tutte queste attività il cane funge da lubrificante sociale. L'interazione con animali da compagnia aumenta la sociabilità e la fiducia, riduce la paura e lo stress. Emma è potente nel rompere gli schemi, modificare la reazione agli eventi. Le detenute hanno difficoltà di integrazione e cooperazione. La presenza dell’animale che non giudica e accorcia subito le distanze affettive permette una rapida armonizzazione e una più agevole riorganizzazione delle disordinate relazioni iniziali. La relazione con Emma ha permesso alle persone coinvolte di far emergere aspetti della propria personalità difficilmente evocabili e facilitare i processi di recupero e integrazione».

C’è da chiedersi perché i carcerati non possano tenere animali nelle celle. «A Reggio – spiega – non c’è uno spazio verde cortilivo in cui portare i cani per la sgambata. In qualche altra prigione, invece, è possibile tenerli». Il progetto, attuato sotto l’egida del Galvani e dell’Ordine dei veterinari, è il primo del genere in Italia, a parte uno realizzato anni fa in una sezione femminile psichiatrica. Il suo ideatore ha pubblicato l’e-book “Se solo potessi rinascere cane” e ne sta preparando un altro in cui illustra le sue ultime esperienze. (l.s.)

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