«Frequentare Sarcone non è un reato»
La difesa di Paolini: «Partecipava a cene ed aveva contatti inopportuni, ma non è un appartenente alla ’ndrangheta»
REGGIO EMILIA. Due pesi e due misure. In un’arringa di un’ora e mezza l’avvocato Federico De Belvis elabora tutta una serie di confronti con altre figure che hanno fatto capolino nell’aula-bunker, per contrastare il “ritratto” di Alfonso Paolini che per la Dda è un affiliato della cosca emiliana con la propensione ad addetto alle pubbliche relazioni per tutte le conoscenze che ha tra le forze dell’ordine (da qui, nel rito abbreviato, la pesante richiesta di 16 anni di carcere).
Ironicamente il difensore dice che «senza le telefonate di Paolini il processo Aemilia non vi sarebbe stato, da collaboratore inconsapevole ha dato il maggior contributo prima dei pentiti, ma non ha fatto del malaffare». De Belvis ricorda come con il codifensore Romano Corsi (deceduto a processo iniziato, ndr) avessero fin da subito ben chiara «la sovraesposizione in questo contesto processuale, non c’è un verbale che non ne parli, però vanno messi dei punti fermi per far ritornare la figura di Paolini a quella che è effettivamente».
E qui scattano i riferimenti della difesa all’ispettore di polizia Francesco Strada e all’ex questore Gennaro Gallo, perché i carabinieri di Fiorenzuola durante le indagini ne mettono in evidenza comportamenti e legami con le persone ora imputate di Aemilia («Per Strada si fa riferimento alle frequentazioni con Nicolino Sarcone, mentre per Gallo si sollevano dubbi sulle concessioni del porto d’armi»), ma al tirar delle somme per l’ispettore (in un primo tempo indagato) arriva l’archiviazione della sua posizione da parte del gip su richiesta del pm Marco Mescolini, mentre per l’ex numero uno della questura non sono mai state formulate accuse.
«Frequentando o andando a cena con esponenti dell’associazione – deduce il legale – possono aver commesso delle leggerezze o essere stati superficiali nella gestione del porto d’armi, ma non hanno commesso reati».
Una sottolineatura per dire che lo stesso metro di giudizio va applicato anche al suo assistito. «Se frequentare Sarcone non è un reato, non può essere che se lo fa Strada è un comportamento scorretto e se lo fa Paolini è un mafioso». Quando era stato appena scarcerato per altre vicende processuali e prima degli arresti del gennaio 2015, Nicolino Sarcone non era più il temutissimo capo della ’ndrangheta in Emilia, ma apparteneva già a una sorta di «archeologia ’ndranghetistica». La definizione è sempre di De Belvis che cita l’episodio della tentata estorsione per l’acquisizione dello stabilimento balneare “Marina bay” di Ravenna in cui Sarcone è coinvolto per il reato di minaccia: «Ma le pare signor presidente – incalza – che un capomafia si metta a fare e estorsioni di questo genere. Non esiste, è contrario a tutto: al modo di pensare, agire e utilizzare la ’ndrangheta. Ma che ’ndrangheta è?».
Come già l’avvocato Alessandro Falciani (difensore del pentito Antonio Valerio), anche De Belvis punta a sbiadire l’immagine costruita dall’accusa di un’organizzazione criminale forte e compatta. E usa proprio lo schema fatto da Valerio: «Una ’ndrangheta marxista in cui sono tutti uguali e ognuno fa quello che vuole. Ma le sembra normale presidente?».
Nell’arringa sono chiamati in causa anche in modo diverso i collaboratori di giustizia Angelo Cortese, Antonio Valerio e Salvatore Muto che, a detta del difensore, si sono tra di loro contraddetti. Cortese ha affermato che Paolini non fosse stato affiliato con il rito alla consorteria, mentre gli altri due pentiti sostengono il contrario. «Muto e Valerio hanno una sorta di intelligenza giuridica, hanno capito come piegare le informazioni acquisite alle proprie esigenze processuali». E se anche così non fosse «ne discende che Paolini dovrebbe essere un mafioso per diritto di sangue, così come lo era suo padre. Ma non si capisce perché valga solo per lui e non per i suoi fratelli». Quanto al capitolo armi, De Belvis non ravvisa reati nel fatto che, quando fu raggiunto dal provvedimento del prefetto di revoca del porto d’armi, Paolini cedette un fucile da caccia proprio all’ispettore Strada, suo amico. Non essendoci alcuna guerra di mafia in corso sul territorio, questa circostanza non avrebbe inoltre nulla a che vedere anche con quanto spiegato nella sua requisitoria dal pm Beatrice Ronchi per cui «le armi detenute legalmente dalla cosca servono per difendersi, quelle clandestine per l’attacco». La chiusura è con la richiesta per Paolini dell’assoluzione perché mancano gli elementi di prova.
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