Gazzetta di Reggio

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«Un disoccupato nelle mani di Giglio»

di Tiziano Soresina
«Un disoccupato nelle mani di Giglio»

Aemilia, il legale di Zangari: «Per pochi soldi accettò di intestarsi due società, ma non sapeva delle false fatture e del clan»

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REGGIO EMILIA. Valter Zangari – calabrese 46enne, residente a Montecchio – aveva bisogno di lavorare, di guadagnare qualcosa per sfamare la famiglia numerosa (moglie e quattro figli) ed è finito “fra gli artigli” di Giuseppe Giglio diventando un esecutore dell’imprenditore (ora divenuto collaboratore di giustizia e condannato a 6 anni di reclusione nell’Appello di Aemilia) senza mai mettere parola od occuparsi su quanto accadeva nelle due società che gli erano state intestate per eludere le misure di prevenzione patrimoniale.

È questa la replica alle accuse che il difensore di Zangari – cioè l’avvocato Raffaella Pellini – fa nell’arringa per chiedere poi l’assoluzione del suo assistito dai reati di intestazione fittizia delle società Trasmoter e Star Gres oltre che di emissione di false fatturazioni tramite quelle due ditte. E la tesi difensiva poggia parecchio su quanto dichiarato in aula dallo stesso Giglio: «Con Valter dall’inizio sono stato molto chiaro, che dovevano essere fatte delle fatturazioni – ha spiegato il pentito durante la deposizione – e lui doveva percepire lo stipendio (oscillante fra 500 e 1.000 euro, ndr) senza andare a visionare quanto la società facesse». Su Zangari grava anche l’aggravante mafiosa, cioè di aver agito per agevolare l’attività della cosca emiliana. Ma anche su questo punto delicato il pentito è lapidario, rispondendo al pm nell’udienza del 16 novembre 2016 che gli chiede se Zangari era informato che c’erano di mezzo degli ’ndranghetisti: «Francamente no, non sapeva neanche a chi venissero fatte le fatture».

Sempre Giglio racconta che i blocchetti degli assegni li teneva lui e non aveva bisogno di vedere Zangari tutti i giorni che poi, quando si recava in banca a pagare delle fatture e firmare degli assegni era sempre accompagnato da terze persone. Non aveva accesso ai conti correnti online delle due società e non disponeva bonifici: hanno aggiunto i due finanzieri di Cremona sentiti nel maxiprocesso. Per non parlare di un’ impiegata della Star Gres che in aula ha detto: «Zangari? Non ricordo, forse l’ho visto una volta». L’accusa ha chiesto per il 46enne la condanna a 5 anni e mezzo di reclusione, mentre la difesa ritiene che debba essere assolto: «Vi è solo la prova che per 500-1.000 euro metteva firme come legale rappresentante in assegni o si recava in banca per cambiare un singolo assegno, ma non era inserito nella gestione societaria, nè in alcuna organizzazione».



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