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Abusi su minori, ulteriore sconto a La Monica: 6 anni

di Ambra Prati
Abusi su minori, ulteriore sconto a La Monica: 6 anni

L’educatore in Appello dopo dieci anni di processo. «Vorrei risarcire, non posso». Chiede il gratuito patrocinio

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REGGIO EMILIA. «Vorrei risarcire le vittime, ma non sono in grado». È un passaggio delle dichiarazioni spontanee rilasciate ieri in aula da Pino La Monica, l’educatore al centro della vicenda di pedofilia più clamorosa della cronaca reggiana recente. Presente davanti alla Corte d’Appello di Bologna in un procedimento combattutissimo che dura da dieci anni – e lungi dall’essere terminato, visto che l’imputato può ricorrere in Cassazione –, l’ex educatore, finito alla sbarra per abusi su nove minorenni partecipanti ai suoi corsi di teatro e per detenzione di 399 immagini pedopornografiche trovate nei tre computer, si è visto comminare la pena di 6 anni, 3 mesi e 10 giorni, con le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti (e non più generiche prevalenti).

Nel capoluogo La Monica si è trovato di fronte il pm Maria Rita Pantani, lo stesso pubblico ministero che lo aveva accusato in primo grado a Reggio Emilia e che ora è distaccato a Bologna due volte la settimana. Il pubblico ministero ha chiesto 8 anni e 10 mesi di reclusione. L’avvocato difensore Antonella Crippa, del Foro di Monza, ha sostenuto la pena sospesa o al massimo tre anni di reclusione. La Corte d’Appello, presieduta da Margherita Chiappelli (a latere Luca Ghedini e Luisa Raimondi) ha emesso la condanna, che lima di un anno la pena dopo plurimi sconti.

Si trattava del terzo passaggio in Appello – un record – del processo, che ha visto numerosi stop and go dovuti ad una difesa battagliera che, a suon di ricorsi, ha perseguito una strategia dilatoria. Nel processo di primo grado (11 giugno 2010) La Monica era stato condannato a 9 anni e 9 mesi, diventati in Appello (28 novembre 2014) 8 anni e 3 mesi, fino alla condanna a 7 anni e 3 mesi del 21 gennaio 2017. Contro quest’ultima sentenza, l’avvocato difensore era ricorso in Cassazione e la Corte Suprema aveva chiamato di nuovo il collegio d’Appello a ricalcolare la pena.

Ieri l’ex educatore ha affermato di aver usufruito di una borsa di studio universitaria in Germania (già conclusa) e di svolgere attualmente un lavoretto di tre mesi; l’imputato, autodefinitosi impossibilitato a risarcire le vittime, ha chiesto anche l’ammissione al gratuito patrocinio. Parole destinate a suscitare scalpore, perché anche ieri in aula erano assenti le parti civili (tre vittime all’epoca bambine, rappresentante dall’avvocato Marco Scarpati), che in una precedente udienza mediante lettera avevano spiegato i motivi della mancata presenza: dopo tanti anni e tante spese sostenute per avere giustizia, per loro era diventato insostenibile dal punto di vista economico proseguire la lunghissima battaglia legale. Già la sentenza d’Appello del 29 novembre 2014, oltre allo sconto di pena, aveva ridotto la provvisionale prevista per ciascuna delle tre parti civili: da 30mila a 20mila euro, più le spese legali. Ora la speranza delle vittime di riscuotere quei 60mila euro complessivi pare sempre più lontana.

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