Pedofilia, venti psicologi per un percorso specifico
Gaddomaria Grassi pronto a ricorrere, se necessario, a forze esterne all’Ausl «Se questi bambini non vengono ascoltati svilupperanno disturbi importanti»
REGGIO EMILIA. Affrontare il tema della pedofilia e dell’abuso sui minori. Di questo hanno parlato ieri all’oratorio Don Bosco psicologi, pedagogisti ed esperti davanti a tantissimi educatori del territorio reggiano.
Un argomento sempre molto difficile da affrontare, ma purtroppo anche sempre più attuale e per il quale è necessario non nascondersi dietro al silenzio.
Un silenzio e una negazione che in molti casi vengono utilizzati come barriere di protezione e che invece devono essere superati attraverso il dialogo e percorsi di cura adeguati. «Quello della pedofilia e dell’abuso sui minori è un tema rilevante e di grande priorità – ha affermato nel proprio intervento Gaddomaria Grassi, direttore del dipartimento di Salute mentale e dipendenze patologiche dell’Ausl – per il quale è necessario un intervento congiunto dei servizi sociali, sanitari e della comunità stessa».
«A Reggio e in tanti altri comuni della provincia da anni stiamo lavorando per dare delle risposte a persone che, se non verranno ascoltate nel modo giusto, con il trascorrere degli anni potranno sviluppare disturbi importanti – ha proseguito – e proprio per questo motivo l’azienda Ausl in collaborazione e sinergia con i servizi sociali del territorio ha sviluppato un percorso formativo specifico per venti psicologi. E se i bisogni dovessero aumentare saremmo pronti a ricorrere all’inserimento in questo percorso formativo specifico di forze esterne all’Ausl».
All’intervento di Gaddomaria Grassi ha fatto seguito quello di Germana Corradini, dirigente dei servizi sociali del Comune di Reggio Emilia: «Questo è un argomento di cui è necessario parlare e il silenzio non serve a nulla – ha immediatamente sottolineato – e la scelta che i servizi sociali da alcuni anni hanno fatto è stata quella di lavorare sul territorio, coinvolgendo i cittadini e le famiglie che vivono nei nostri quartieri perché le riteniamo le persone più idonee per affrontare i problemi che nella comunità si generano. Il nostro ruolo quindi oltre a sostenere le famiglie che vivono delle fasi di criticità è anche quello di essere da stimolo nel ricostruire i rapporti tra le persone».
«Negli ultimi anni abbiamo ridotto l’inserimento dei ragazzi all’interno delle comunità educative – afferma Germana Corradini – investendo negli interventi a domicilio. Questo cambiamento è avvenuto a partire dal 2011 e oggi abbiamo 219 situazioni attive. Siamo però convinti che i dati in nostro possesso siano troppo bassi rispetto alla realtà – ha continuato – e rispetto a quello che hanno rilevato i colleghi dei territori limitrofi. Per poter ascoltare i bambini che hanno subito abusi occorre avere le capacità di cogliere i segnali e le capacità di poterli curare. Abbiamo investito nella formazione per poter superare lo scoglio della negazione che in molte occasioni viene utilizzata come difesa ed è un approccio insito in ognuno di noi».
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