«Bolognino, figura sbiadita “gonfiata” senza riscontri»
Ad Aemilia due ore di requisitoria per la difesa di Sergio, fratello di Michele I legali: «Trasformato in leader carcerario post 2015». E contestano i pentiti
REGGIO EMILIA. «Sergio Bolognino trasformato da figura sbiadita, che in origine compare in Aemilia solo in assistenza al fratello Michele, ad autorità carceraria». È il paradosso sottolineato dall’avvocato Marco Bosio del Foro di Imperia, difensore, insieme al collega Roberto Filocamo di Bologna, del 50enne fratello maggiore del più noto Michele Bolognino, l’unico ritenuto al vertice della ’ndrangheta emiliana (soprattutto nel Parmense, con puntate in Romagna) rimasto nel procedimento.
Nella seduta di Aemilia di ieri i due difensori hanno tenuto banco con una requisotria di oltre due ore, con l’obiettivo di ottenere «l’assoluzione perché il fatto (l’esistenza del sodalizio, ndr) non sussiste e in via subordinata l’assoluzione per non aver commesso il fatto» (imputato non partecipe).
Sergio Bolognino, come il fratello, ha aderito all’abbreviato “in corsa” a Reggio e nei suoi confronti i pm della Dda hanno chiesto una condanna a 4 anni e 6 mesi per i reati fine (una truffa e una ricettazione) e 14 anni per il 416 bis, l’associazione a delinquere di stampo mafioso (per Michele l’accusa ha proposto 30 e 18 anni).
Nella sua premessa, citando Kafka, la difesa ha sottolineato la peculiarità del maxiprocesso, che ha visto modificare «i capi d’imputazione e i contenuti fattuali, per riempire un vuoto a seconda delle necessità della Procura – ha dichiarato Bosio –. Un processo che ha assorbito le istanze della società, con l’ansia da prestazione: fare ciò che non è mai stato fatto prima. Un procedimento anabolizzante, che si è sviluppato più sul livello quantitativo che qualitativo».
Nel caso specifico, a inguaiare Sergio Bolognino, che in effetti nell’ordinanza di Aemilia del 29 gennaio 2015 appariva sullo sfondo, sono state le rivelazioni dei pentiti e le indagini aggiuntive post 2015 sui sodali in carcere, dove Sergio Bolognino, insieme a Gianluigi Sarcone, secondo gli inquirenti è stato promosso a leader, con un posto da capotavola e un ruolo nel pestaggio punitivo di alcuni detenuti. I legali hanno tentato di smontare la credibilità dei pentiti o di piegarle pro domo propria. Ad esempio Antonio Valerio, il 24 gennaio 2017: «I fratelli Bolognino e i fratelli Giglio: i maggiori fanno affari insieme, i minori pure», il che dimostrerebbe le strade separate di Michele e Sergio, quest’ultimo «nato a Locri, residente a Vicenza, mai recatosi a Cutro (nessuna intercettazione nella nota tarvenetta di Grande Aracri) e solo di passaggio in Emilia». Favorevoli le parole del pentito Giuseppe Giglio (21 novembre 2016): «Sergio non è un affiliato». «Quello che portava le imbarcazioni all’estero era Sergio, che però non lo faceva per il sodalizio», stampella, secondo le difese, del suo essere «battitore libero».
Sull’aspetto partecipativo è proprio la vicenda degli yacht (discussa nell’aula bunker il 22 febbraio 2017) l’unica che vede protagonista Sergio.
Un affaire da film del 2012, con tanto di russi soci di Bolognino, che insieme ad altri nel traffico di yacht di lusso avrebbe fatto sorgere una controversia tra clan del Nord (emiliani e torinesi), di Cutro (boss Grande Aracri) e Gioiosa Ionica (Mario Ursini). La soluzione sarebbe stata la vendita illegale all’estero di una nave da diporto (la “Life”, 32 metri, valore oltre tre milioni). Secondo il difensore Bosio in questo business internazionale e lucroso Sergio Bolognino «viaggia per conto suo».
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