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La difesa contesta anche gli omicidi anni ’90

La difesa contesta anche gli omicidi anni ’90

Aemilia, parla l’avvocato di Gianni Floro Vito: «Nessun patto associativo, non si tratta di mafia»

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REGGIO EMILIA. «Siete proprio sicuri che gli omicidi degli anni ’90 avessero come “causale” proprio il controllo del territorio di Reggio Emilia?». L’interrogativo è stato posto dall’avvocato del Foro di Bologna Stefano Vezzadini nell’arringa di ieri svolta nell’aula bunker di Aemilia, dove continuano a sfilare a le difese.

Il legale – che nel maxiprocesso difende anche Gianluigi Sarcone – ha disquisito della posizione dell’imputato Gianni Floro Vito, 40 anni, che deve rispondere di diversi episodi di usura, estorsione, caporalato e fatture false. L’imputato, al centro di una serie di sequestri patrimoniali insieme ai fratelli, è stato coinvolto anche nelle indagini aggiuntive post 2015 e accusato di aver sfregiato un altro detenuto in carcere. Per Floro Vito, ritenuto l’uomo che monetizzava i proventi delle attività illecite della cosca tramite i conti correnti postali, i pm della Dda hanno proposto una condanna severa: 14 anni di reclusione nel rito abbreviato (l’associazione a delinquere) e 12 anni e 10 mesi in quello ordinario (i reati fine).

L’avvocato Vezzadini ha amplificato il concetto di fondo già ritrovato nella strategia difensiva di diversi suoi colleghi, ovvero che i 148 imputati del maxiprocesso contro la ’ndrangheta al nord abbiano agito nella forma di un sodalizio criminale, ma non di stampo mafioso.

Secondo il difensore di Floro Vito la presunta associazione a delinquere, «pur puntellata da precise ricostruzioni dei fatti, è contaminata da fortissime suggestioni e fin troppo scontate deduzioni».

Anche «ammettendo che si stia parlando di una ’ndrangheta evoluta o rivoluzionaria, manca il dato di dove e quando è stato siglato questo patto associativo tra gli affiliati, che è il primo dato da scandagliare in ogni processo di mafia». Infine, secondo il legale, non c’è traccia dell’elemento giuridico che connota le associazioni mafiose, vale a dire «l’assoggettamento imposto con la forza intimidatoria che deriva proprio dal vincolo associativo».

L’imputato, secondo il difensore, va quindi assolto «perché il fatto non sussiste». Al medesimo verdetto, ha proseguito il legale, si dovrebbe arrivare anche per le accuse di usura pluriaggravata (non dimostrata per il legale nelle perizie contabili) e di caporalato. Quest’ultimo capo di imputazione vede Floro Vito legato alla figura di Michele Bolognino, cui secondo l’accusa avrebbe fornito manodopera a basso costo per le ditte edili. Ma, ha obiettato l’avvocato Carla Nicoletta, che difende a sua volta Floro Vito, «sui cantieri dove l’imputato sarebbe andato a portare i soldi agli operai nessuno lo conosceva». Diverso il caso delle false fatturazioni, che Floro Vito ha ammesso di aver fatto per «rimanere a galla» negli anni della crisi, asserendo però fortemente di aver impiegato solo risorse proprie. La richiesta della difesa per questo illecito è dunque del minimo della pena, escludendo l’aggravante del metodo mafioso.

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