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Baby gang, botte e rapine a Reggio Emilia: «siamo la canaglia gang»

di Ambra Prati
Baby gang, botte e rapine a Reggio Emilia: «siamo la canaglia gang»

I tre arrestati dalla polizia e i loro complici si vantavano sui social degli agguati compiuti ai danni di giovanissimi reggiani

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REGGIO EMILIA. Sui social si autodefinivano “canaglia gang” e si vantavano delle loro prodezze, preannunciando le future uscite alle vittime: «Con il mio branco siamo sulla strada, se fai il furbo sei la nostra preda». Secondo gli inquirenti non agivano per necessità – i bottini sono miseri, anche se appetibili per degli adolescenti: pochi euro, un cellulare, un capo d’abbigliamento di marca –, ma per dimostrare il loro “controllo del territorio” e il loro coraggio agli occhi del capo.

Con tre ordinanze di custodia cautelare, richieste dal pm Claudio Santangelo ed emesso dal Gip Luca Ramponi, la polizia ha eseguito l’operazione “Branco” – un nome, un programma – e ha chiuso il cerchio (per ora) sui criminali in erba che da mesi erano diventati l’incubo degli studenti minorenni, derubati e usati come “bancomat”.

In carcere sono finiti Milklad Rrapi, albanese di 19 anni considerato il “capo” e l’unico con precedenti; Sebastien Florinel Delcea, rumeno 20enne; ai domiciliari Anghel Petru, moldavo 19enne. Tutti e tre sono ritenuti responsabili di cinque rapine riuscite e due tentate e devono rispondere, a vario titolo, dei reati di rapina aggravata, rapina tentata, lesioni e un furto.

I componenti, secondo l’accusa, fanno parte dello stesso gruppo dei quattro arrestati in flagranza per rapina subito dopo il colpo del 28 maggio scorso al parco del Popolo (un maggiorenne, un nigeriano 20enne e due minori, un italiano e un albanese). Mentre ora un altro 18enne marocchino, l’hacker della gang, è stato denunciato a piede libero per il reato di ricettazione.

Se nella rete sono finiti otto adolescenti, secondo la squadra mobile della questura di Reggio, che ha condotto le indagini, la banda di baby criminali è con tutta probabilità più ampia, visto che la composizione era variabile. L’escalation di episodi – e di violenza, visto che in un caso i rapinatori hanno usato un coltello – è stata affrontata dagli investigatori partendo da quei giovanissimi riconosciuti dalle vittime ai giardini.

Scandagliando le loro frequentazioni e i social network, analizzando i tabulati telefonici dei cellulari che avevano rapinato e analizzando le telecamere del centro storico – che hanno ripreso i movimenti di un gruppo di ragazzini che si muovevano in bici, uno in sella e l’altro in piedi dietro –, ma soprattutto ascoltando decine di studenti vittime aggiuntive, la polizia ha ricostruito pezzo per pezzo il puzzle dei colpi, ben più ampio di quanto si prospettava all’inizio.

I componenti della baby gang sono tutti maschi, studenti, residenti in città, di età compresa tra i 15 e i 19-20 anni, di diverse nazionalità: italiani, ma più spesso stranieri di seconda generazione con la cittadinanza italiana. Le vittime erano scelte tra i coetanei che frequentavano i luoghi di aggregazione giovanile: i centri commerciali, il centro storico, l’uscita da scuola. Un’azione fotocopia: la preda veniva accerchiata, minacciata a parole e pestata, finché non cedeva il bottino.

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