«Costi era la pedina a cui fottere i soldi»
I legali dell’imprenditore: «Pensava di essersi rivolto ad una società di recupero-crediti, invece...»
REGGIO EMILIA. Omar Costi è un imprenditore reggiano in espansione – venditore di telefonini – quando su di lui nel 2015 piomba la maxi inchiesta Aemilia ed ora nel maxiprocesso i pm chiedono per il 44enne una condanna a quasi vent’anni di carcere, ritenendolo coinvolto in una serie di usure ed estorsioni (sei capi d’imputazione) che avrebbero agevolato il clan. Secondo l’accusa, per rientrare delle somme (vere o presunte) a lui dovute, si era rivolto agli affiliati della cosca che, a loro volta, proprio dal servizio di “recupero crediti” (che di solito si concludeva con il fallimento delle aziende dei debitori, ndr), traevano parte dei profitti illeciti. Per i suoi difensori – Chiara Carletti e Vincenzo Belli – invece Costi non è nulla di tutto questo, dipingendolo come un «ingenuo» e una «gallina dalle uova d'oro» per il clan, che gli altri associati definivano «il ciccione a cui fottere i soldi». Insomma «la pedina su una scacchiera ben definita» che aveva come regista occulto il volto tv Marco Gibertini (condannato in Appello a Bologna nel rito abbreviato di Aemilia) e ritenuto dagli inquirenti reggiani figura centrale nel vorticoso giro di fatture false scoperchiato dall'inchiesta Octopus del 2014. Nell’arringa si è parlato molto della vicenda dell'imprenditore viterbese Andrea Cesarini, della cui estorsione aggravata dal metodo mafioso Costi deve rispondere insieme ad altre sei persone. Cesarini (che in aula nel 2016 denunciò piangendo di aver ricevuto minacce che riguardavano i suoi figli) finì sul lastrico per un presunto debito milionario con Costi e per il quale fu costretto a pagare, con pressioni e minacce, 230mila euro in contanti, 600mila in assegni e anche la sua Lamborghini di cui denunciò anche il furto per giustificarne la perdita, (rimediando così una denuncia). L’avvocato Carletti invita prima di tutto la Corte a considerare che «Costi ha rinunciato al rito abbreviato e scelto il dibattimento per dimostrare la sua innocenza, mentre Cesarini non è di fatto uno stinco di santo essendo anche l'imprenditore laziale coinvolto nell’inchiesta Octopus. Pertanto – sottolinea il difensore – le sue dichiarazioni vanno sottoposte a rigoroso vaglio critico». Il legale evidenzia poi che nessuna denuncia per estorsione è mai stata presentata da Cesarini ma «non perchè aveva paura, come sostiene l'accusa, bensì perchè Costi vantava un credito vero. Non voleva far sapere ai suoi soci dell'ammanco che Cesarini aveva provocato alla sua azienda. Era quindi in uno stato di debolezza, poi diventata ingenuità, che Gibertini ha sfruttato. Costi, inoltre, era convinto di affidarsi ad una società di recupero normale e rivendicava un legittimo diritto di riscuotere un credito». La richiesta è quindi di «assoluzione piena» o, se i giudici decideranno di condannarlo, di commutare il reato da estorsione in quello di «esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone», che risulta però improcedibile perchè manca la denuncia della vittima.
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