Il pentito Signifredi: «Minacciava con accento meridionale»
Reggio Emilia: il collaboratore di giustizia racconta, in videoconferenza al processo "Ciancimino", l’agguato subìto il 18 aprile scorso: «Picchiato da tre, mi hanno distrutto»
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REGGIO EMILIA. Per motivi di sicurezza è collegato solo in videoconferenza con il processo sulla maxi frode dell’acciaio che lo vede fra gli imputati.
È infatti cambiato tutto per il parmense 53enne Paolo Signifredi, imputato a Reggio Emilia ma soprattutto collaboratore di giustizia divenuto uomo-chiave non solo in tutti i processi di ’ndrangheta in corso (Pesci, Aemilia, Kyterion), ma anche come “ispiratore” di ulteriori indagini di mafia. Il 18 aprile tutta la segretezza attorno a lui è incredibilmente saltata e l’hanno selvaggiamente picchiato. Ieri il pentito tramite “spontanee dichiarazioni” ci ha tenuto a spiegare alla Corte quanto accaduto. Lo fa nervosamente, parlando a mitraglia, ripreso di spalle e con un cappellino in testa per camuffarsi ulteriormente.
«Quel giorno da solo in treno sono andato, per una visita medica, in un ospedale che dista trenta chilometri dalla località in cui mi trovavo – entra subito nel merito – e una volta fotocopiati i miei documenti, che inizialmente non volevo dare, sono stato visitato, prenotando un altro controllo. Una volta rientrato, ho percorso l’atrio chiuso per poi mettere la chiave nella porta di casa ed in quel momento qualcuno mi ha dato un colpetto sulla spalla, ma appena mi sono girato hanno cominciato a picchiarmi da tutte le parti – è il momento più drammatico del racconto – mi hanno distrutto, pugni e calci. Sarà durato 15-20 secondi. Erano in tre, ma solo uno ha parlato e con accento meridionale mi ha detto: “Quando starai bene vai a cambiare la dichiarazione”. Poi se ne sono andati. Ho perso conoscenza per venti ore, quando mi sono ripreso ho chiamato la scorta e mi hanno portato in ospedale».
Di più non dice. In sede di repliche il suo difensore, cioè l’avvocato Maria Teresa Pergolani rimarca: «Signifredi ha ottenuto il programma di protezione perché è stata analizzata ogni sua parola, ritenendolo credibile. Non si conoscono i mandanti dell’agguato subìto, non si sa a quale dichiarazione si riferiscano gli aggressori, ma questa vicenda conferma che è logico e coerente quanto dice, come ha dimostrato fin dall’inizio anche in questo processo».
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