«Sentenza definitiva, certifica il clan»
Aemilia: il pm Mescolini deposita a sorpresa in aula il passaggio in giudicato della condanna d’Appello del pentito Giglio
REGGIO EMILIA. Il colpo di scena arriva nell’aula bunker dopo pochi minuti dall’apertura dell’udienza.
A parlare è il pm Marco Mescolini che chiede alla Corte di depositare la sentenza della Corte di appello di Bologna con le attestazioni del passaggio in giudicato delle posizioni relative a diversi imputati su cui non è stato fatto ricorso in Cassazione. Sempre il pm antimafia parla «di un fatto oggettivamente nuovo e di grande rilevanza, da valutare da parte vostra» sottolinea rivolgendosi al collegio giudicante.
Parole un po’ ermetiche che tuttavia sanciscono – secondo l’accusa – la prima pietra tombale dell’inchiesta Aemilia, in quanto fra i sei definitavamente giudicati c’è il collaboratore di giustizia Giuseppe Giglio a cui è stata contestata l’associazione mafiosa.
Un passaggio in giudicato che per il pm Mescolini ha un grosso valore sul piano giuridico, in quanto “certifica” – attraverso una sentenza definitiva – l’esistenza di un’associazione ’ndranghetista in Emilia.
Le parole di Mescolini hanno creato subito un certo scompiglio fra i difensori, in particolare riflettendo su quell’invito a tenerne conto di quanto accaduto sul piano giudiziario nell’attesa sentenza da parte della Corte.
Ma chi sono gli imputati non “toccati” dal ricorso in Cassazione? In primis – per le “ricadute” nel maxiprocesso Aemilia in corso a Reggio Emilia prospettate dall’accusa – il pentito Giuseppe Giglio che in Appello era stato “premiato” per le sue rivelazioni con un taglio della sua pena da 12 a 6 anni di reclusione (un evidente “segnale” per altri pentimenti che poi in effetti sarebbero arrivati). Giglio è l'uomo del «fatturificio», il collante tra cosca e imprenditoria emiliana, ha fatto i nomi dei capi, dell'autonomia del gruppo di 'ndrangheta nel mirino della Dda di Bologna e dei suoi rapporti con il boss di Cutro Nicolino Grande Aracri.
Agli altri cinque che hanno chiuso con il processo sono stati contestati reati-fine, non sempre però provati: Domenico Amato (3 anni e 8 mesi di carcere), Giuseppe Manica (10 mesi), Antonio Muto (classe 1973, assolto), Raffaele Oppido (2 anni e 8 mesi) e Alfonso Patricelli (assolto).(ase-t.s.)
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