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Nomadi, Beppe Carletti racconta i 55 anni della band: «E' stata una bella lotta»

di Chiara Cabassa
Nomadi, Beppe Carletti racconta i 55 anni della band: «E' stata una bella lotta»

Tra musica e passioni, Carletti rivela: «Io mi considero un democratico, mi piacerebbe candidarmi»

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REGGIO EMILIA. «Io mi considero un democratico». Pensa che Graziano Delrio sia “tosto” e gli dispiace che Salvini «si comporti in questo modo» pur essendo una «brava persona». Ma c’è di più, la politica è sempre stata una sua passione e non è da scartare l’ipotesi che scenda in campo «alle prossime amministrative». Proprio mentre su Fb diventa virale una foto dei Nomadi accompagnati dal post con i nomi dei componenti della band: un riferimento all’unico censimento che non crea dibattito. Quanto alla discesa in campo, se a dirlo è Beppe Carletti, sette vite e forse qualcuna di più, che in questi giorni festeggia alla grande i primi 55 anni dei “suoi” Nomadi, quasi quasi viene da credergli.

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Beppe, cinquantacinque anni di Nomadi, che effetto fa?

«Beh, io in realtà ne ho un po’ di più.... Fa un bell’effetto dai, perché in fondo avendoli vissuti tutti, dal primo all’ultimo, le cose belle ma anche le cose brutte, penso che il bilancio sia positivo. Spero anche, però, di non essere alla fine. Spero che il 55esimo anno sia uno dei traguardi. Certo non posso pensare che sia un inizio ma credo sia innanzitutto un’enorme soddisfazione considerando che siamo il gruppo più longevo in Italia e secondi al mondo dopo i Rolling Stones».

In oltre mezzo secolo i Nomadi hanno loro malgrado cambiato ben più di una formazione. Eppure sono rimasti i Nomadi.

«È stata una bella lotta, ma a me piace portare avanti le lotte, quelle pulite in cui credi. Abbiamo sempre cantato canzoni nelle quali crediamo e siamo stati premiati per la nostra coerenza e per le scelte fatte a volte anche inconsapevolmente... penso a quando avevamo 19 anni e a prevalere era l’istinto non certo la razionalità. Evidentemente, doveva andare così».

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La chiave della vostra longevità ha quindi a che fare con la coerenza.

«La coerenza è in tutto quello che abbiamo fatto e non è una cosa da poco. La coerenza è facile da sbandierare a parole, ma quando si tratta di metterla in pratica, non tutti ci riescono. Noi siamo sempre stati fedeli a noi stessi e non ci siamo mai adattati alle mode e alle tendenze. Se siamo qui è perché non abbiamo mai cambiato il nostro modo di essere e di concepire le canzoni. Da sempre raccontiamo quello che siamo».

Cinquantacinque anni di successi, soddisfazioni, incontri, viaggi, solidarietà, nuove amicizie. Ma anche di addii dolorosi. E di emozioni.

«Le emozioni le ho tutte racchiuse dentro il cuore, e per fortuna ne provo ancora. Ti racconto la più banale: era il 1966 quando siamo stati invitati al Cantagiro. Noi eravamo abituati a suonare in giro per le balere dove quando c’erano 400-500 persone eravamo contenti. A un certo punto io e Augusto abbiano sbirciato dal retro e ci è apparsa davanti un’immensa platea: erano 20.000! Una bella botta».

Poi vi siete abituati.

«La prima volta pensi che sia una casualità. Poi ti rendi conto che qualcosa evidentemente è cambiato».

Incontri indimenticabili?

«Ho conosciuto le persone più diverse, da Arafat al Dalai Lama. Ma penso che ognuno di loro mi abbia lasciato qualcosa di indelebile. Stai lì, seduto sul divano accanto al Dalai Lama come se fosse una cosa normalissima, Poi, quando ti alzi in piedi, ti senti leggerissimo, hai la sensazione di galleggiare. L’anno dopo abbiamo suonato in piazza San Pietro a Roma e, ad un certo punto, ho avvertito qualcosa di strano: proprio in quel momento è arrivato il Papa. Allora capisci che le persone eccezionali esistono e, se sono lì, un motivo c’è».

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La sensazione più bella?

«Si ripete tutte le sere, quando sali sul palcoscenico e trovi la gente che canta con te le canzoni di cinquant’anni fa. Ed è un pubblico che cambia per forza di cose anagraficamente ma non per l’entusiasmo che ci trasmette. Il pubblico che viene da noi non si aspetta il solito concerto, ma una grande infinita festa».

Un momento da incorniciare e uno da cancellare.

«Fammi pensare... nonostante tutto penso che in questi cinquantacinque anni sia tutto da incorniciare. Nonostante le botte che ho preso, dalla perdita di Augusto a quella di Dante, la vita mi ha dato tanto anche se, voglio sottolinearlo, nessuno mi ha mai regalato niente. Non devo dire grazie a nessuno, solo al pubblico. Sono orgoglioso di tutto questo».

E “tutto questo” continua: è appena stata pubblicata un’autobiografia, oggi uscirà il nuovo disco, stasera e domani sono previsti due grande concerti alla Darsena di Rimini.

«È il minimo che potevamo fare. Il libro s’intitola “Questi sono i Nomadi e io sono Beppe Carletti”, il disco “ Nomadi 55- Per tutta la vita”. Ciò a cui tengo particolarmente è il concerto di sabato sera che sarà trasmesso in diretta su Rtl. E ci tengo a dire chi ci hanno cercato loro... e noi abbiamo accettato volentieri».

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Non ti stupisci di quante volte sei riuscito a rinascere e a “rianimare” i Nomadi?

«Non mi sembra neanche vero. Senza Augusto, senza Dante. Quando nel 1993 sono ripartito nessuno mi dava credito. Eppure il mio primo pensiero non è stato “posso fallire” ma “devo e posso farcela”».

Intorno a voi in questo mezzo secolo molte cose sono cambiate. Dal punto di vista economico, sociale, politico. Fino all’ultimissima svolta. Usando un fin troppo facile gioco di parole, da Nomade a nomade, cosa ne pensi della politica di Salvini? Per i nomadi sono tempi bui.

«Mah, penso che le cose dovrebbero essere prima ponderate e poi fatte: per spiegarci, non dico che non dovrebbe essere fatto il censimento dei nomadi, anzi sarebbe giusto nel reciproco rispetto. Ma mi sembra che non si possa cambiare il mondo dall’oggi al domani. Serve buonsenso».

A proposito di barconi, accoglienza sì o accoglienza no?

«Non penso sia giusto accogliere tutti senza un minimo di controllo, questo no, ho sempre detto che sarebbe giusto fermarli là dove stanno partendo. Ma farli navigare in mare aperto, e lasciarli morire, lo trovo un atteggiamento incivile. Non è una cosa da italiani, siamo sempre state persone perbene».

Eppure gli italiani sembrano apprezzare questo cambio di passo.

«Apprezzano certo. Un cambio di passo che mi ricorda un po’ i tempi di Mussolini, anche se io non ero ancora nato. Si è partiti dal socialismo e si è arrivati al fascismo, non vorrei che la storia si ripetesse. Certo è che la maggioranza degli italiani segue Matteo Salvini: l’ho conosciuto bene tempo fa, e mi sembra una brava persona. Non ha neppure torto su tutto, non mettiamolo al muro. Ma penso anche che la maggioranza degli italiani non voglia far morire la gente in mare».

Beppe, sei pronto a scendere in campo?

«Perché no? Mio papà andava a scuola di partito come si usava un tempo. Qualcosa c’è nel Dna. Ma io non sono nè di estrema destra nè di estrema sinistra, mi definisco un democratico per tutti».


 

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