Coopselios, «Le tre operatrici saranno reintegrate»
Violenze nella casa di riposo, intervista al direttore generale di Coopselios Raul Cavalli dopo la revoca della sospensione dal lavoro da parte del Riesame
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CORREGGIO. Saranno reintegrate nell’organico di Coopselios le tre operatrici sanitarie per le quali, mercoledì, il tribunale della Libertà di Bologna ha revocato la sospensione dal lavoro – provvedimento di natura cautelare che era stato emanato dal tribunale di Reggio Emilia. Lo ha spiegato Raul Cavalli, direttore generale di Coopselios, durante un’intervista avvenuta alla Gazzetta di Reggio.
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Le tre lavoratrici saranno reintegrate? E dove?
«Sì. Ci è stata inviata una copia dell’ordinanza del Tribunale della Libertà di Bologna per il quale non sussiste la necessità della restrizione. Si afferma che la motivazione, ovvero il fatto che le tre operatrici abbiano allontanato il letto del degente dal muro, non può essere alla base di un tale provvedimento. Ne prendiamo atto. Le lavoratrici devono essere riportate al lavoro. Non le abbiamo ancora incontrate. Lo faremo la prossima settimana. È già in corso la valutazione sulle possibili sedi, a Correggio o nelle zone limitrofe. Non nel centro di via Mandriolo».
Coopselios sarà parte lesa nel processo. È già stata fissata qualche data?
«Non lo sappiamo. Riceviamo ancora informazioni frammentarie. Fino a quando non ci sarà possibile formalizzare la nostra costituzione di parte civile non abbiamo accesso agli atti: un passaggio fondamentale per noi per capire i precisi contorni della vicenda. Di certo c’è che ha riguardato un solo ospite dei 97 della struttura. E questo lo dice il giudice. I fatti hanno avuto, secondo noi, un’esposizione mediatica eccessiva. Descrivere la casa di riposo come un “lager”, ha danneggiato enormemente il territorio, la cooperativa e le lavoratrici. Ha influito pesantemente sulla gestione e l’organizzazione del lavoro».
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Senza i giornali sarebbe stato diverso?
«Non saremmo arrivati a trasferire tutte le 23 operatrici – anche i famigliari non lo volevano. Avremmo sospeso solo quelle indagate».
Nella struttura di via Mandriolo ora com’è la situazione?
«Siamo alla ricostruzione delle relazioni, della fiducia: con le famiglie e con i lavoratori. Lo smarrimento e la difficoltà psicologica sono stati enormi. Dal punto di vista tecnico abbiamo superato molto bene numerosi controlli, di Nas, Ausl e Ufficio di Piano (costituito da Unione, Ausl e Comune). Abbiamo avuto anche un forte riconoscimento. Ma ce lo aspettavamo. Abbiamo fatto miracoli con un avvicendamento che ha riguardato il 60% del personale».
E le lavoratrici che hanno dovuto lasciare la struttura? Qual è ora la loro situazione? Ci sono state rinunce?
«Indubbiamente c’erano diverse situazioni personali complesse. Alcune operatrici sono senza patente. E abbiamo dovuto spostarle dove si poteva, alcune anche a 30 chilometri di distanza. Abbiamo lavorato molto per trovare le soluzioni più adatte. Il nostro impegno è di arrivare quanto prima a un riavvicinamento».
Quali riflessioni o insegnamenti, sia a livello umano che lavorativo, avete tratto da quanto accaduto?
«Riflessioni sicuramente dolorose, da parte di chi non ha preso parte e anzi ha fatto di tutto per evitare quanto è successo. Coospelios da anni mette in campo prassi straordinarie di selezione e operative in questa materia. Tanto che siamo un modello nazionale. Nel 2015 con 3000 lavoratori abbiamo elaborato e adottato un codice deontologico e nel 2017 è stato chiesto loro di sottoscrivere una policy, un “patto di cura” per la quale abbiamo investito centinaia di migliaia di euro: volontariamente, per il nostro senso di responsabilità sulla natura del servizio che forniamo».
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