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La figlia di Moro e l’ex Br «Oggi l’odio è superato»

La figlia di Moro e l’ex Br «Oggi l’odio è superato»

Castelnovo Monti, commovente incontro al Bismantova tra terroristi e vittime Si chiama “giustizia riparativa”: gruppi di ascolto e un percorso durato 10 anni

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CASTELNOVO MONTI . Momenti di profonda commozione hanno segnato sabato pomeriggio l’iniziativa al teatro Bismantova “Il Libro dell’Incontro”, che ha cercato di raccontare un percorso unico di giustizia riparativa, sviluppato nel corso di quasi 10 anni, per arrivare a far incontrare ex protagonisti della lotta armata, che poi hanno compiuto una scelta di allontanamento e ripudio della violenza, e vittime di quella stessa violenza.

GIUSTIZIA RIPARATIVA. Un percorso che è stato raccontato appunto in un libro dallo stesso titolo (edizioni Il Saggiatore). A raccontarlo sono stati Agnese Moro, figlia di Aldo Moro; Franco Bonisoli, ex membro delle Brigate Rosse; Giorgio Bazzega, figlio di Sergio, maresciallo ucciso dalle Br nel 1976; Maddalena Crippa, attrice, che ha fatto parte del gruppo di Giustizia riparativa. L’incontro è stato moderato dal giornalista Luca Tondelli. In questa occasione, a 40 anni dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro, si sono incontrati sul palco la figlia dello statista e uno dei membri del comando delle Br più attivi nell’agguato di via Fani.

Agnese Moro ha aperto le testimonianze: «Per anni ho vissuto gli effetti dell’orrore, dell’odio, del rancore, e anche del senso di colpa, perché mi dicevo che per 55 giorni non ero riuscita a fare qualcosa per aiutare mio padre. Da questa sofferenza è nato un desiderio di giustizia, per lui e per noi, e quello che la società poteva offrirmi era la giustizia penale, che è sicuramente importante, ma per me non era sufficiente».

L’ELASTICO. «I miei problemi rimanevano – ha proseguito Agnese Moro –. C’era come un elastico che, pur andando avanti nella mia vita, negli affetti, nella famiglia, mi teneva ancorata sempre al passato. Poi è arrivato padre Guido Bertagna, che mi ha contattato per spiegarmi che aveva organizzato un primo gruppo di persone vittime del terrorismo e delle stragi, e persone che avevano preso parte alla lotta armata, e questo gruppo dava la possibilità a chi lo desiderava di farne parte. Mi ha chiesto se volevo partecipare. E io ho detto di no, perché mi sembrava di rompere una solidarietà tra le vittime, e pensavo che avrei anche messo in crisi la mia famiglia. Guido ha insistito, comprendendo il dissidio che stavo vivendo, e inizialmente ho partecipato a una riunione solo di vittime, e ho incontrato persone che avevano iniziato questo percorso».

L’INCONTRO. «Poi Franco Bonisoli ha fatto sapere che avrebbe tenuto molto a incontrarmi – ha raccontato ancora Agnese Moro –. È venuto a trovarmi a Roma con i mediatori di questo percorso, Guido, Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato, e mi ha portato in regalo una pianta, una cosa viva. E sono rimasta colpita, perché era una persona gentile, mentre per me queste persone erano dei mostri e basta, persone che avevano distrutto vite. Non ho voluto chiedergli nulla di allora, ho voluto capire chi era, e lui mi ha raccontato il suo percorso, il carcere, ma anche il suo affetto per i figli. Ha sconvolto le mie idee su di lui e su di “loro”, ho riconosciuto un essere umano, e ho capito che anche lui provava un dolore terribile per ciò che aveva fatto».

L’EX BR. Franco Bonisoli: «Quando avevo 19 anni ho fatto una scelta totalizzante, che mi ha allontanato dalla mia famiglia per farmi diventare un rivoluzionario a tempo pieno, con la convinzione di lottare per un mondo più giusto. In carcere iniziai a comprendere che il nostro programma era fallito, a percepire la sconfitta, e i morti che ci eravamo lasciati dietro avevano sempre meno senso nella mia mente. Entrai in una crisi profondissima. Proprio quando ho concluso la pena carceraria, dopo 22 anni grazie a queste riforme e alla buona condotta, si è aperta in me una questione morale, che prima non avvertivo così forte, perché sapevo che stavo pagando le mie azioni: volevo incontrare chi era stato vittima della mia scelta di violenza. Sentivo un peso e un dolore enorme. L’incontro con Agnese per me è stato straordinario e devastante. Mi ha accolto, e mi ha riconosciuto come persona. Eravamo entrambi disarmati. È stata per me un’esperienza fondamentale, che mi ha permesso gli altri passi verso quel ritorno alla vita che non pensavo possibile».

IL DESIDERIO DI VENDETTA. Anche Giorgio Bazzega ha raccontato la propria esperienza personale, molto dura, e come il gruppo di incontro abbia rappresentato l’uscita da un desiderio di vendetta covato per molti anni: «Mio papà è morto quando avevo 2 anni e mezzo: assieme al vicequestore di Sesto San Giovanni, Vittorio Padovani, erano andati a casa di un brigatista 21enne, Walter Alasia, che è uscito dalla sua camera armato; ha sparato uccidendo subito Padovani. Quando avevo 14 anni mi arrivò come un pugno la notizia della scarcerazione di Renato Curcio. Curcio era colui che aveva indottrinato Alasia; in quel momento mi sentii tradito dallo Stato e avevo solo una gran voglia di vendicarmi».

LA DROGA COME FUGA. «I miei dissidi interiori mi hanno lacerato, e portato anche a una forte dipendenza dalle droghe – ha detto Bazzega –. Sono arrivato a toccare il fondo, e dopo un primo tentativo di recupero fallito, ho avuto quello che si chiama il “momento di lucidità”: ho capito che non volevo più andare avanti così. Poi sono arrivati i primi contatti con il percorso di giustizia riparativa. Ricordo che al primo incontro con ex della lotta armata cui partecipai intervenni; dissi chi ero, e poi aggiunsi: io vi volevo ammazzare tutti».

LE AMICIZIE. «Mi aspettavo una reazione uguale e contraria, che sarebbe stata per me anche semplice da gestire. Invece trovai comprensione e accettazione di quel mio sentimento, e fu una cosa spiazzante – ha ricordato Bazzega –. Man mano che gli incontri andavano avanti, sono nate vere amicizie con alcune di queste persone, come Franco ad esempio. Ho ascoltato le loro storie e ho capito che il dolore non era una mia esclusiva, e queste amicizie in me generavano anche un forte senso di colpa. Un giorno ho chiamato mia madre per dirglielo: “Mamma, non so come, ma io mi sto affezionando a queste persone”. E lei mi ha risposto: “In questo momento stai parlando come tuo padre, che andava a trovare queste persone in carcere, ascoltava le loro storie”».

LA GUARIGIONE. «Il mio momento di guarigione definitiva penso sia stato una sera in cui, vicino a casa mia, un centro sociale organizzò un incontro con Curcio. Sono andato, gli ho detto chi ero. Ha avuto risposte incerte, ma aveva capito benissimo. Gli ho messo una mano sulla spalla mentre indietreggiava e gli ho detto: “Non preoccuparti, volevo solo guardarti in faccia, e che tu mi guardassi. Per me è finita qui”. È stata come una grande vittoria».

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